In una parte della Montagnola di Siena, nella storica zona collinare compresa tra la città e Volterra, a sud di entrambe e pressoché equidistante, si trova Belforte già castello, oggi frazione di Radicondoli.
Fu luogo di origine di una nobile famiglia, i Belforti, che assunse ricchezza e prestigio a Volterra: con Filippo ricoprì una cattedra vescovile e con Paolo detto Bocchino instaurò una ventennale tirannia sulla città finita tragicamente con la decapitazione dell’uomo.
Belforte però come castello fu piccolo se non umile, al pari di altri suoi simili, e nel medioevo ebbe una coerente funzione nell’ambito del controllo sulle Colline Metallifere e sulle adiacenze, sulle vie secondarie da Colle e dalla Val d’Elsa verso il grossetano e sui suoi corsi d’acqua, come il Cecina e il Cornia. Ospitò quindi nella fortificazione un comune, formato dai consueti uomini liberi (i contadini proprietari) che gestirono le terre pubbliche e elessero i loro consoli.
Ebbe inoltre un suo originalissimo stemma di cui non vi è traccia nei libri (o almeno non l’ho trovato) e che è riportato in un manoscritto della Biblioteca Nazionale di Firenze. Sorprende, oltre che per la rarità, per la somiglianza con lo stemma di Pisa a colori invertiti (quest’ultimo a croce bianca su campo rosso). Non conosco però il legame fra il piccolo castello della Montagnola e la Città della Torre… se mai ci fu. E se mai ci fu, forse il legame si stabilì tramite i grandi feudatari del tempo: i conti palatini Aldobrandeschi che, con i loro pari, Gherardeschi e Pannocchieschi, tramite concessioni imperiali, furono a capo della capillare organizzazione militare di città, castelli e comuni, compreso Belforte, per la difesa della Toscana centrale e meridionale.
Il passaggio dai feudatari alle repubbliche
Con la nascita delle repubbliche però il loro tempo passò. Il Repetti nel primo volume del Dizionario descrive quanto avvenne a Belforte proprio nel passaggio di potere dai feudatari alle città:
“All’anno 1221 dominavano in Belforte i conti Aldobrandeschi, mentre lo consegnarono insieme con Radicondoli alla repubblica di Siena per cauzione di alcuni patti da essi firmati; e fu nel novembre dello stesso anno che gli abitanti dei prenominati due castelli prestarono giuramento di fedeltà al governo senese. Ricaduti sotto il dominio de’ re d’Italia, i senesi nel 1249 fecero istanza a Federigo II per riottenere il regime di Belforte e di Radicondoli … Dopo la morte di Federigo II (1251) la repubblica tornò al possesso dei due castelli che rilasciò alla cura del conte Ildebrandino di Sovana con patto di difenderli per conto dello stato senese, e di non alienare in alcun modo le di lui torri di Belforte e di Radicondoli … Non decorsero però molti anni che il comune di Siena fu costretto (anno 1268) a spedire colà una mano di armati per ricuperare sotto la condotta di Provenzano Salvani i paesi di Belforte, Radicondoli e Monte Guidi: sino a che, nel 1301 (30 agosto), gli uomini di Belforte si sottomisero alla repubblica a quei patti che furono imposti loro”.
In questo difficile trapasso di poteri merita menzione Gugliemo di Ildibrandino degli Aldobrandeschi († 1254), che Dante ricorda nel Purgatorio (XI, 58-59) per voce del figlio Umberto: “Io fui latino e nato d’un gran Tosco: / Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre”. Il conte contrastò Siena fin quanto poté, poi si arrese al fato della storia e cedette l’ambito Grosseto (8 settembre 1224) e altri possedimenti, facendo giurare la fedeltà agli uomini ivi dimoranti. Nel 1231 si pose al servizio della repubblica ma a fasi alterne. Nel 1237 promise a Siena pace perpetua offrendo come garanzia i castelli di Belforte e Radicondoli “cum suis curtibus, pertinentiis et districtibus”.
Vita amministrativa del castello
Nell’ambito delle pergamene, nel settembre 1241 gli ambasciatori senesi, su incarico del podestà imperiale Pandolfo di Fasanella, ordinarono ai comuni di Belforte e di Radicondoli di non nominare il rettore senza licenza del podestà stesso e del comune di Siena. Nell’ottobre 1242 di nuovo gli ambasciatori intimarono al comune, consiglio e a consoli questa volta solo di Belforte di non ricevere messer Gerardo da Perolla come domino o rettore, senza mandato di Siena, pena la multa 1000 marche d’argento.
Precettarono poi dodici uomini del castello affinché si presentassero davanti al potestà il sabato successivo: furono Ricciardo di Renaldo, Uggerio “Sorelle”, Fidanza di Giovanni Ranuccini, Iacobo di Benvenuto, Guidone di Mannuccio notaio, Ovitiera di Lucrezio, Contolino di Calgano, Gremolo notaio, Vitali “Salomie” o “Salomiere”, Provenzano di Orlando, Ildebrandino “de Cagio” e Orlandino notaio da Montecastelli. Riporta i loro nomi una pergamena scritta dal notaio Pietro di Ranuccio proprio “in castrum de Belforte, coram domino” Renaldo di Ruggero, Fidanza di Giovanni, Guidone di Martinozzo, Uggerio di Sorella e Ranuccio di Rustichello.
Anche nel caso di Belforte, da qualunque parte si osservino le vicende, un ‘tema’ importante di amministrazione apparentò i dominatori, repubbliche o imperatori che fossero: le imposte che vennero richieste per le guerre o altri scopi e pagate dai castelli in uomini, animali o denaro. Nel maggio 1244 il sopra citato Pandolfo da Fasanella, capitano generale della Tuscia e potestà di Federico II, diede licenza a Fortarrigo di Ranieri, camerario del comune di Siena, di riscuotere dai comuni di Radicondoli e Belforte la metà delle imposte imperiali e la metà dell’imposta “occasione militum qui debetur ire in servitium domini imperatoris in Lumbardiam” – per finanziare i soldati nella guerra contro la lega dei comuni lombardi e Innocenzo IV.
Pandolfo rimase capitano e vicario dal 1240 al 1245. Venne dichiarato e perseguitato come traditore dopo la sua partecipazione a una congiura a favore del papa a Grosseto (dove Federico dimorava), scoperta nel 1246. Ma fu ampiamente ricompensato da Innocenzo per la devozione alla Chiesa dimostrata in questo modo.
Non molto tempo dopo (novembre 1250), sempre riguardo alla Montagnola, il comune di Siena bisognoso di danaro impose la vendita di boschi e delle tasse speciali ad alcuni castelli tra cui Belforte e Radicondoli (cento libbre di denari senesi). In città tra le varie cose fece pagare da parte di chi ne usufruiva l’apertura di una porticciola nelle mura e chiese denaro a chi aveva la casa in piazza vicino alle mura nuove.
Decenni dopo, nel marzo 1293, appaiono altre vicende curiose e personaggi.
A questa data il nunzio del comune di Volterra Comuccio Turagli presentò ai notai e vicari di alcuni castelli senesi e volterrani delle lettere corroborate dal sigillo di cera verde ma di contenuto ignoto (per noi). Dai destinatari si fece dare la ricevuta: da ser Giovanni del fu Simone notaio e vicario del comune di Monteguidi, da ser Scotto del fu Gherardo per Radicondoli, da ser Bindo del fu Iacopo da Radicondoli per Belforte, da ser Gherardo da Fosina podestà e rettore del castello e comune di Montecastelli, e dal console del comune di Sillano con il notaio Buondì di Martino da Belforte.
Da notare nei castelli proprio la presenza di notai sia come funzionari che in altro ruolo. Belforte ospitò, oltre ai sopra citati, un ser Galgano del fu Chele (1356, 1370), un ser Giusto di ser Galieno da Volterra (1356, 1381) che qui aveva la casa, e un ser Paolo del fu Guglielmo (1369, 1374, 1375).