Il 6 maggio 1878 il Consiglio comunale deliberò la costruzione di un nuovo piazzale destinato alle fiere del bestiame, sottolineando come uno degli obiettivi principali dell’opera fosse quello di offrire lavoro alle classi più bisognose del Comune. Proprio per questa ragione si ritenne necessario avviare i lavori con la massima urgenza, senza alcuna dilazione, così da garantire quanto prima un’opportunità di occupazione alla popolazione in difficoltà.

Fino ad allora il mercato degli animali si svolgeva negli spazi fluviali lungo il fiume Cecina, ma da tempo maturava l’intenzione di trasferire questa attività più vicino al paese, in un luogo più agevole e stabile. La scelta cadde su un ampio slargo triangolare, ricavato scavando la roccia sul versante nord-orientale dell’abitato, uno spazio che per posizione e dimensioni si prestava ad accogliere le fiere e il commercio del bestiame.

Pochi giorni dopo, il 20 maggio 1878, venne affidata la realizzazione del piazzale delle fiere annuali all’accollatario Giovanni Calderani, incaricato dell’esecuzione dei lavori.

Negli anni successivi il nuovo spazio pubblico continuò a essere oggetto di interventi di sistemazione e abbellimento. Il 12 marzo 1879 il Comune deliberò l’acquisto di trentotto castagni d’India, destinati a essere piantati nel nuovo piazzale, con l’intento di rendere l’area più ordinata e gradevole.

La realizzazione di questa ampia piazza, dalla quale derivò per evidente carattere figurativo il nome di Piazzone, rese necessarie anche alcune operazioni di acquisizione dei terreni indispensabili all’opera. Il 7 giugno 1882 il Comune riconobbe infatti 417 lire al signor Emilio Bicocchi e 403 lire al conte Florestano De Larderel quale indennizzo per l’espropriazione dei terreni destinati alla costruzione del piazzale delle fiere.

Qui la fiera rimase per oltre cinquant’anni, e la realizzazione del Piazzone si rivelò certamente un investimento oculato per la vita economica del paese. Con il senno di poi, tuttavia, quell’intervento ci restituisce anche l’immagine di uno spazio commerciale collocato in una fase ormai tarda della storia delle fiere di bestiame locali. Dopo la creazione del Piazzone, infatti, non vennero più realizzati nuovi spazi specificamente destinati a questo tipo di mercato, segnando di fatto l’ultima grande infrastruttura dedicata a tale tradizione commerciale.

Agli inizi del Novecento, il Piazzone appare come uno spazio fortemente riconoscibile; un grande triangolo delimitato da un alto muro e da filari di imponenti castagni; un luogo insieme funzionale e scenografico, quasi una naturale arena comunitaria. La sua conformazione lo rendeva adatto a contenere, ordinare e mostrare il bestiame; ma al tempo stesso lo trasformava in un teatro sociale, dove la compravendita era anche rappresentazione pubblica, incontro, verifica reciproca di reputazioni, prezzi, abilità e conoscenze contadine.

Come ormai avveniva dalla seconda metà dell’Ottocento, Pomarance si proponeva con due fiere parallele; quella della piazza, “rumorosa”, destinata a donne e ragazzi, e quella del Piazzone, non meno rumorosa, destinata invece agli uomini. Il dettaglio potrebbe sembrare secondario, ma ci rende evidente come la fiera non fosse un evento unitario e indistinto, ma uno spazio organizzato secondo una precisa gerarchia sociale e lavorativa. Alla piazza spettavano le merci, il piccolo commercio, l’aspetto più festivo e familiare; al Piazzone spettava invece il cuore economico più duro e tradizionalmente maschile del mondo rurale: il bestiame, cioè il valore vivo dell’azienda agricola, la forza da lavoro, il capitale mobile, la ricchezza concreta della campagna.

Gli animali venivano presentate agghindate, con teste e code ornate di nastri e cordicelle colorate; d’altronde erano in esposizione. Le bestie venivano osservate, palpate, guardate in bocca, misurate, pesate, mentre attorno si alzavano urla, muggiti e ragli. Gli animali migliori partivano con il nuovo proprietario; restava magari qualche povera brenna, che il padrone si riportava a casa deluso.

Sebbene la fiera del bestiame al Piazzone rappresentasse uno degli ultimi luoghi in cui sopravviveva pubblicamente una cultura contadina tradizionale, essa segnò al tempo stesso una fase già avanzata di urbanizzazione della pratica fieristica. Rispetto alle sedi precedenti il Piazzone indicava infatti l’ingresso del mercato del bestiame ai margini stessi del paese. Tale spostamento rispondeva a nuove esigenze di comodità, controllo e centralità, ma rifletteva anche un mutamento più profondo nel rapporto tra paese e campagna.

Le fotografie ritrovate del 1901 e del 1932 testimoniano la continuità della funzione del Piazzone come sede della fiera bovina almeno tra l’inizio del Novecento e il periodo tra le due guerre. Ma con il progressivo affermarsi della meccanizzazione agricola, tuttavia, questa tradizione iniziò a perdere la propria funzione economica. L’arrivo dei trattori ridusse gradualmente l’utilità degli animali da lavoro e con essi venne meno anche una delle principali ragioni della fiera bovina.

Il Piazzone cessò allora di essere mercato del bestiame e fu progressivamente trasformato in campo di calcio e in spazio ricreativo, dotato di pista da ballo e di pattinaggio. Anche se dal rumore dei muggiti si passò a quello dei tifosi, il Piazzone continuò comunque a svolgere una funzione collettiva, ma reinterpretata secondo i nuovi bisogni della società del Novecento.

NOTE BIBLIOGRAFICHE
E. MAZZINGHI, “Il Piazzone”, in Rievocazioni Storiche, pp. 333
V. BIBBIANI, “Il Piazzone”, in I Risoluti di Pomarance, memorie