A Travale, frazione dell’alta valle del Cecina, la sera del 5 gennaio nel corso del Novecento, si configurava come una pratica rituale collettiva stabilmente inserita nella vita comunitaria. Era la consueta tradizione della Befana che qui si presentava con una struttura ricorrente e condivisa, con elementi simbolici riconducibili a un sostrato culturale popolare in cui si intrecciavano dimensione religiosa e pratiche pagane.
Il momento pagano avveniva nelle ore serali; il suono di un campano segnalava l’avvio della rappresentazione, con la comparsa del Befano e della Befana accompagnati da un ciuchino. Nel buio della notte i figuranti percorrevano sistematicamente il tessuto abitativo del borgo, effettuando soste presso le singole abitazioni per consegnare le calze con al loro interno doni. I doni riflettevano in modo diretto il contesto economico e produttivo locale perchè il contenuto delle calze era composto prevalentemente da beni di immediata disponibilità, come uova, talvolta colorate o maculate e quindi sicuramente non di grande interesse, ma l’elemento centrale della messinscena era l’interazione con i bambini, generando reazioni differenziate comprese tra curiosità, osservazione e soprattutto timore. Il momento religioso avveniva il giorno successivo. La seconda fase rituale era formalizzata all’interno della liturgia; e durante la Messa, il parroco consegnava calze più preziose, benedette contenenti un’arancia, affiancata da prodotti agricoli locali più succulenti quali mele, fichi secchi, susine e castagne.
Alcune testimonianze orali ci consentono di individuare alcuni elementi ricorrenti nella percezione dell’evento. Tra questi emergono il valore simbolico attribuito ai doni, in particolare all’arancia alimento raro per il contesto geografico e temporale, e la forte componente emotiva legata all’attesa e all’incontro con le figure mascherate. La presenza di una paura controllata, soprattutto nei bambini, appare come parte integrante del dispositivo rituale, contribuendo a rafforzarne la sua memorabilità. È inoltre documentata la tendenza, da parte dei partecipanti più giovani, a tentare l’identificazione dei figuranti, che non erano affatto degli estranei, ma degli abitanti del borgo. Tra i nomi ricorrenti emergono Marcello ? e Don Orazio, ben camuffati ma spesso, specie l’ultimo menzionato, scoperto per alcuni particolari tratti distintivi.
Con una certa continuità nella trasmissione dei ruoli, la tradizione risulta attestata fino agli anni Novanta, periodo in cui si osservano alcune trasformazioni nelle modalità di svolgimento. Alla pratica itinerante casa per casa si affiancarono progressivamente momenti centralizzati, come la distribuzione dei doni in piazza e attività conviviali presso il circolo, segnando un passaggio verso forme più collettivizzate e pubbliche. Ma nel complesso, la Befana di Travale può essere interpretata come un dispositivo rituale comunitario, caratterizzato da una forte partecipazione trasversale e da una funzione di forte coesione sociale. Altri tempi!
MARCO LORETELLI
(cfr. testimonianze orali: Lucia Panichi; Lucia Macii; Marzia Da Romano; Sara Da Romano; Marco Bentivoglio, Bernardino Marconi).