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  • Ottobre 7, 2022 15:18 local time

Una selva verde cupa

Possedimenti di Monte Voltraio

La macchia o selva o boscaglia di Tatti, come spesso si trova rammentata, merita una particolare considerazione, sia per la sua estensione e sia per un certo aspetto di maestà e d'imponenza con cui la verde cupa massa si vede innalzare distinta in mezzo alle colline che lo circondano, facendone un tutt'uno con la foresta di Berignone.

La sua denominazione sembra derivi da Tatto, nome locale di persona di origine germanica. Nella metà del Duecento Monte Voltraio pretese che fosse loro e, per i contrasti che al riguardo ebbero con i Volterrani, ricorsero a re Federico, esponendogli che essendo essi sottoposti solamente all'impero, non avevano dipendenza alcuna dai Volterrani o dal Vescovo, né erano obbligati a pagare alcuna recognizione di feudo, come veniva loro comandato dal suo vicario. Re Federico approvò tutte le richieste dei Montevoltraiesi, dichiarando che come sudditi imperiali non dovevano riconoscere altro superiore.

I confini della dispensa

Proprietà dei volterrani

Alla fine del Duecento i Volterrani riuscirono comunque ad acquistare vari diritti e azioni sulla macchia di Tatti, insieme al pascolo di Villamagna e, in tale circostanza, fu rappresentato da Alfanuccio di Maffeo Maffei e da Salinuccio di Gualtieri, i quali descrissero anche i confini che circondavano il loro bosco, per distinguerlo con quello di Berignone di proprietà vescovile. Una pianta di detta boscaglia fu redatta di nuovo nella metà dell'Ottocento dall'Ing. Aristodemo Solaini e, per la riconfinazione di questo possedimento comunale, fu sottoscritta con l'autentica del Notare Marcello dei fu Antonio Zanetti.

Un'altra relazione, a firma del centurione Ing. Augusto Gayer della Milizia Nazionale Forestale, degli anni Trenta del secolo scorso, precisa che la specie legnosa, predominante nella macchia di Tatti è il leccio, che rappresenta per lo più il sessanta per cento della vegetazione, nonché il corbezzolo, a cui si associano l'erica arborea, il rovere, il cerro, accennando poi che la bassa macchia. composta da lillastro, martella, scopa e ginestra.

Le attività tra Tatti e Brenti

Dal pascolo alla miniera di lignite

Sui boschi di Tatti e Brenti, nella qualità di livellare del Comune, esercitava il diritto di pascolo, sin dalla fine del Settecento, la famiglia Guarnacci con bestiame vaccino, equino e suino, per cui tale vincolo era un ostacolo all'adozione di qualsiasi provvedimento utile per la comunità di Volterra. Passò quasi un secolo prima che il consigliere comunale Niccolò Maffei presentasse con successo una dettagliata relazione con varie proposte, tendenti a liberare il bosco di Tatti dal predetto diritto di pascolo; a monte la necessità di rinverdire la vegetazione.

La macchia di Tatti fu importante anche per una miniera di lignite. I boschi di Tatti e di Brenti infatti vennero detti volgarmente i boschi dei poveri perché tutto il contado volterrano poteva andarvi a far legna gratuitamente, per poi rivenderla ai cittadini, per cui per i contadini il ricavato della vendita era una vera provvidenza e altrettanto lo era per i cittadini perché, con tale acquisto, potevano far fuoco per proteggersi dal freddo clima del poggio volterrano.

Una selva verde cupa

Possedimenti di Monte Voltraio

La macchia o selva o boscaglia di Tatti, come spesso si trova rammentata, merita una particolare considerazione, sia per la sua estensione e sia per un certo aspetto di maestà e d'imponenza con cui la verde cupa massa si vede innalzare distinta in mezzo alle colline che lo circondano, facendone un tutt'uno con la foresta di Berignone.

La sua denominazione sembra derivi da Tatto, nome locale di persona di origine germanica. Nella metà del Duecento Monte Voltraio pretese che fosse loro e, per i contrasti che al riguardo ebbero con i Volterrani, ricorsero a re Federico, esponendogli che essendo essi sottoposti solamente all'impero, non avevano dipendenza alcuna dai Volterrani o dal Vescovo, né erano obbligati a pagare alcuna recognizione di feudo, come veniva loro comandato dal suo vicario. Re Federico approvò tutte le richieste dei Montevoltraiesi, dichiarando che come sudditi imperiali non dovevano riconoscere altro superiore.

I confini della dispensa

Proprietà dei volterrani

Alla fine del Duecento i Volterrani riuscirono comunque ad acquistare vari diritti e azioni sulla macchia di Tatti, insieme al pascolo di Villamagna e, in tale circostanza, fu rappresentato da Alfanuccio di Maffeo Maffei e da Salinuccio di Gualtieri, i quali descrissero anche i confini che circondavano il loro bosco, per distinguerlo con quello di Berignone di proprietà vescovile. Una pianta di detta boscaglia fu redatta di nuovo nella metà dell'Ottocento dall'Ing. Aristodemo Solaini e, per la riconfinazione di questo possedimento comunale, fu sottoscritta con l'autentica del Notare Marcello dei fu Antonio Zanetti.

Un'altra relazione, a firma del centurione Ing. Augusto Gayer della Milizia Nazionale Forestale, degli anni Trenta del secolo scorso, precisa che la specie legnosa, predominante nella macchia di Tatti è il leccio, che rappresenta per lo più il sessanta per cento della vegetazione, nonché il corbezzolo, a cui si associano l'erica arborea, il rovere, il cerro, accennando poi che la bassa macchia. composta da lillastro, martella, scopa e ginestra.

Le attività tra Tatti e Brenti

Dal pascolo alla miniera di lignite

Sui boschi di Tatti e Brenti, nella qualità di livellare del Comune, esercitava il diritto di pascolo, sin dalla fine del Settecento, la famiglia Guarnacci con bestiame vaccino, equino e suino, per cui tale vincolo era un ostacolo all'adozione di qualsiasi provvedimento utile per la comunità di Volterra. Passò quasi un secolo prima che il consigliere comunale Niccolò Maffei presentasse con successo una dettagliata relazione con varie proposte, tendenti a liberare il bosco di Tatti dal predetto diritto di pascolo; a monte la necessità di rinverdire la vegetazione.

La macchia di Tatti fu importante anche per una miniera di lignite. I boschi di Tatti e di Brenti infatti vennero detti volgarmente i boschi dei poveri perché tutto il contado volterrano poteva andarvi a far legna gratuitamente, per poi rivenderla ai cittadini, per cui per i contadini il ricavato della vendita era una vera provvidenza e altrettanto lo era per i cittadini perché, con tale acquisto, potevano far fuoco per proteggersi dal freddo clima del poggio volterrano.