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Antiche terre, antiche civiltà

Dai Romani ai Longobardi

Monteverdi si trova sul dorso di una delle tante colline toscane, nell’entroterra dell’alta Valdicecina. Sebbene la storia di questo borgo sia strettamente collegata alla Abbazia di San Pietro in Palazzuolo, influente cenobio di monaci in vedetta su di un poggio poco distante, il territorio fu toccato da epoche molto più remote. Ancor prima di essere una terra di scorrerie e vittima dei pirati saraceni che venivano dal mare, alcuni reperti ritrovati testimoniano la presenza di insediamenti romani.

Il capitolo fondativo di Monteverdi viene contestualizzato nel Settecento del primo millennio dopo Cristo, quando il re dei longobardi Liutprando ordinò Ratcauso, suo gastaldo in Pisa, di liberare questi poggi dai saccheggi. Ratcauso, che ad obiettivo raggiunto venne premiato con suddetti possedimenti, concesse al figlio Walfrido, nonché capostipite dei Conti della Gherardesca, e ad altri componenti dell’aristocrazia longobarda come Gundualdo lucchese, cognato di Walfrido, e Forte, il vescovo della Corsica, di costruirvici un cenobio.

Influenze oltr’Alpe

Alle dipendenze del Cenobio di San Pietro

Il cenobio di San Pietro venne costruito sopra i resti di un palazzuolo, di una villa romana, a fianco del tempietto dedicato alla dea Bellona. Istituito in territorio facente parte originariamente soggetto a Lucca, il cenobio dipendeva direttamente dalla Sede Apostolica ed era esentata dalla giurisdizione esercitata dall’ordinario diocesano, vescovo di Massa Marittima. Soltanto in caso di qualche grave controversia potevano intervenire i vescovi di Pisa e di Populonia e gli abati di San Salvatore, di Ponziano e di San Frediano di Lucca.

La comunità che qui si andò a formare fu molto numerosa, risultato che portò il monastero ad acquisire una certa importanza e influenza anche oltre Alpe. L’ingente patrimonio dell’abate di Palazzuolo comprendeva quasi tutta la Maremma toscana e molti altri possedimenti nella lucchesia e in Corsica, grazie ai quali era divenuto uno dei centri più potenti e ricchi della Toscana. Un così vasto territorio era naturalmente oggetto della cupidigia dei signori locali, come quelli dei Comuni di Pisa e Volterra.

La fine dell’indipendenza

La cupidigia di Volterra

L’episcopato volterrano cercò infatti d’impadronirsene fin da poco prima dell’anno Mille, tanto da falsificare un diploma imperiale di Carlo III al vescovo Pietro, inserendovi l’attribuzione del cenobio di Palazzuolo alla chiesa volterrana. Non ci riuscì, ma il cenobio, si faceva sempre più debole: l’autorità acquisita venne pian piano depotenziata dalle figure sempre più minacciose del Vescovo di Volterra, di Massa Marittima e di Pisa. Le discordie diocesane di contesa tra Volterra e Massa Marittima costrinsero addirittura a spostare il cenobio su un altro crinale di Monteverdi chiamato Poggio alla Badia.

Così i monaci abbandonarono il vecchio monastero, per costruirne un altro poco distante, in posizione ritenuta più facilmente difendibile. Purtroppo nel Duecento il nuovo cenobio fu dapprima costretto a giurare fedeltà al Comune di Volterra, nuova potenza egemonica, e poi a subire le scorrerie per mano delle masnade dei Pannocchieschi di Castiglion Berardi, che senza ritegno uccisero anche l’abate maggiore. L’abbazia, ridotta a piccola comunità monastica, non ebbe poi più modo di riprendersi.

Feudo Granducale

L’egemonia di Firenze

I monaci della Badia di San Pietro erano così tanti che non trovavano vitto e alloggio all’interno del monastero, bensì su un colle adiacente. Quell’agglomerato di abitazioni trattasi della neo Monteverdi, che nacque proprio per soddisfare le esigenze dei religiosi. Da una serie di case sparse, si sviluppò così il borgo e con il borgo venne eretto un castello. Sotto la grandezza del castello dei Bonsignori, in seguito, trovò dimora anche il terzo e ultimo monastero di San Pietro, inglobato nel paese con l’abbandono di quello fuori dalle mura.

Monteverdi, sottomessa a Volterra ne seguì le sorti fino al suo declino di inizio Quattrocento. Dapprima conquistata da Firenze, poi strappata da Alfonso d’Aragona e poi ripresa da Firenze con la sottomissione definitiva di tutti i territori del volterrano. Sotto l’egemonia della Repubblica fiorentina, Ferdinando II dei Medici fece di Monteverdi, Canneto e i casali di Gualda e di Caselli, un feudo granducale concesso alla famiglia volterrana degli Incontri. Una capitolazione indegna che dovette aspettare quasi la fine del Settecento per far valere il senso di comunità, con la riforma agraria del granduca Leopoldo dei Lorena.

La rinascita di un borgo

Monteverdi libero Comune

Quando Monteverdi era ancora feudo, l’uso comunitario delle terre era ridotto ai minimi storici: gli abitanti erano impossibilitati a sfruttare i campi e i boschi perché il più delle volte erano adibiti a riserve private del feudatario. Con la riforma agraria di Leopoldo però si favorì lo sviluppo dell’agricoltura, della caccia e dell’allevamento. Ne conseguì un incremento demografico e il paese crebbe nella sua dimensione urbana. Con i Lorena il paese ottenne anche il tanto sospirato titolo di Comune che non riuscì ad acquisire nel precedente periodo fiorentino, come diversamente era stato per molti borghi del circondario.

Oggi il paese è anche residenza di molti pendolari, lavoratori del settore secondario alle dipendenze delle industrie pomarancine, ma non disdegna il turismo, indubbiamente stimolato dal sorgere di attività di tipo agrituristico. Il paese di Monteverdi, così come la frazione di Canneto, si presta bene per un viaggio ricco di storia e di cultura, alla ricerca di una identità medievale di grande fascino. Dalle sue alture si possono ammirare suggestive vallate di campi e boschi che si propagano fino al mare.

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Monteverdi si trova sul dorso di una delle tante colline toscane, nell’entroterra dell’alta Valdicecina. Sebbene la storia di questo borgo sia strettamente collegata alla Abbazia di San Pietro in Palazzuolo, influente cenobio di monaci in vedetta su di un poggio poco distante, il territorio fu toccato da epoche molto più remote. Ancor prima di essere una terra di scorrerie e vittima dei pirati saraceni che venivano dal mare, alcuni reperti ritrovati testimoniano la presenza di insediamenti romani.

Il capitolo fondativo di Monteverdi viene contestualizzato nel Settecento del primo millennio dopo Cristo, quando il re dei longobardi Liutprando ordinò Ratcauso, suo gastaldo in Pisa, di liberare questi poggi dai saccheggi. Ratcauso, che ad obiettivo raggiunto venne premiato con suddetti possedimenti, concesse al figlio Walfrido, nonché capostipite dei Conti della Gherardesca, e ad altri componenti dell’aristocrazia longobarda come Gundualdo lucchese, cognato di Walfrido, e Forte, il vescovo della Corsica, di costruirvici un cenobio.

Influenze oltr’Alpe

Alle dipendenze del Cenobio di San Pietro

Il cenobio di San Pietro venne costruito sopra i resti di un palazzuolo, di una villa romana, a fianco del tempietto dedicato alla dea Bellona. Istituito in territorio facente parte originariamente soggetto a Lucca, il cenobio dipendeva direttamente dalla Sede Apostolica ed era esentata dalla giurisdizione esercitata dall’ordinario diocesano, vescovo di Massa Marittima. Soltanto in caso di qualche grave controversia potevano intervenire i vescovi di Pisa e di Populonia e gli abati di San Salvatore, di Ponziano e di San Frediano di Lucca.

La comunità che qui si andò a formare fu molto numerosa, risultato che portò il monastero ad acquisire una certa importanza e influenza anche oltre Alpe. L’ingente patrimonio dell’abate di Palazzuolo comprendeva quasi tutta la Maremma toscana e molti altri possedimenti nella lucchesia e in Corsica, grazie ai quali era divenuto uno dei centri più potenti e ricchi della Toscana. Un così vasto territorio era naturalmente oggetto della cupidigia dei signori locali, come quelli dei Comuni di Pisa e Volterra.

La fine dell’indipendenza

La cupidigia di Volterra

L’episcopato volterrano cercò infatti d’impadronirsene fin da poco prima dell’anno Mille, tanto da falsificare un diploma imperiale di Carlo III al vescovo Pietro, inserendovi l’attribuzione del cenobio di Palazzuolo alla chiesa volterrana. Non ci riuscì, ma il cenobio, si faceva sempre più debole: l’autorità acquisita venne pian piano depotenziata dalle figure sempre più minacciose del Vescovo di Volterra, di Massa Marittima e di Pisa. Le discordie diocesane di contesa tra Volterra e Massa Marittima costrinsero addirittura a spostare il cenobio su un altro crinale di Monteverdi chiamato Poggio alla Badia.

Così i monaci abbandonarono il vecchio monastero, per costruirne un altro poco distante, in posizione ritenuta più facilmente difendibile. Purtroppo nel Duecento il nuovo cenobio fu dapprima costretto a giurare fedeltà al Comune di Volterra, nuova potenza egemonica, e poi a subire le scorrerie per mano delle masnade dei Pannocchieschi di Castiglion Berardi, che senza ritegno uccisero anche l’abate maggiore. L’abbazia, ridotta a piccola comunità monastica, non ebbe poi più modo di riprendersi.

Feudo Granducale

L’egemonia di Firenze

I monaci della Badia di San Pietro erano così tanti che non trovavano vitto e alloggio all’interno del monastero, bensì su un colle adiacente. Quell’agglomerato di abitazioni trattasi della neo Monteverdi, che nacque proprio per soddisfare le esigenze dei religiosi. Da una serie di case sparse, si sviluppò così il borgo e con il borgo venne eretto un castello. Sotto la grandezza del castello dei Bonsignori, in seguito, trovò dimora anche il terzo e ultimo monastero di San Pietro, inglobato nel paese con l’abbandono di quello fuori dalle mura.

Monteverdi, sottomessa a Volterra ne seguì le sorti fino al suo declino di inizio Quattrocento. Dapprima conquistata da Firenze, poi strappata da Alfonso d’Aragona e poi ripresa da Firenze con la sottomissione definitiva di tutti i territori del volterrano. Sotto l’egemonia della Repubblica fiorentina, Ferdinando II dei Medici fece di Monteverdi, Canneto e i casali di Gualda e di Caselli, un feudo granducale concesso alla famiglia volterrana degli Incontri. Una capitolazione indegna che dovette aspettare quasi la fine del Settecento per far valere il senso di comunità, con la riforma agraria del granduca Leopoldo dei Lorena.

La rinascita di un borgo

Monteverdi libero Comune

Quando Monteverdi era ancora feudo, l’uso comunitario delle terre era ridotto ai minimi storici: gli abitanti erano impossibilitati a sfruttare i campi e i boschi perché il più delle volte erano adibiti a riserve private del feudatario. Con la riforma agraria di Leopoldo però si favorì lo sviluppo dell’agricoltura, della caccia e dell’allevamento. Ne conseguì un incremento demografico e il paese crebbe nella sua dimensione urbana. Con i Lorena il paese ottenne anche il tanto sospirato titolo di Comune che non riuscì ad acquisire nel precedente periodo fiorentino, come diversamente era stato per molti borghi del circondario.

Oggi il paese è anche residenza di molti pendolari, lavoratori del settore secondario alle dipendenze delle industrie pomarancine, ma non disdegna il turismo, indubbiamente stimolato dal sorgere di attività di tipo agrituristico. Il paese di Monteverdi, così come la frazione di Canneto, si presta bene per un viaggio ricco di storia e di cultura, alla ricerca di una identità medievale di grande fascino. Dalle sue alture si possono ammirare suggestive vallate di campi e boschi che si propagano fino al mare.

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Medievale
Moderna
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