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  • Dicembre 2, 2022 20:18 local time

Le storie del Novecento

Museo dell'Ospedale Psichiatrico

Gli ultimi decenni hanno visto un grande sviluppo del dibattito sulle modalità attraverso le quali i musei restituiscono le storie che li caratterizzano. Accanto agli oggetti da proporre al pubblico, un compito particolarmente difficile è quello che ha come obiettivo il salvare e diffondere le memorie orali e dei luoghi, spesso passati ad altra destinazione o poco accessibili, le cui storie sono in parte dimenticate. Interessante in tal senso il caso della Biblioteca Museo Lombroso, un vero e proprio museo di storia della sanità e dell’assistenza dell'ex Ospedale Psichiatrico di Volterra.

Il Museo Lombroso non è molto grande, ma accoglie sufficienti e significativi reperti appartenuti all’Ospedale Psichiatrico, istituzione questa che ha caratterizzato la storia di Volterra dai primi anni del Novecento fino alla approvazione della legge Basaglia. Purtroppo è uno scrigno di tesori quasi sempre chiuso. La struttura è della Azienda Sanitaria Locale e la si visita solo su richiesta perchè i costi per una apertura a tempo pieno è sempre oneroso. Si trova in Borgo San Lazzero ai piedi della "città dei matti" che un tempo si sviluppava in questa zona fino a sopra il cucuzzolo adiacente di Poggio alle Croci.

Tra lo statico e il dinamico

Luogo espositivo ed esperenziale

Lo scopo principale del Museo, è quello di mettere in evidenza attraverso reperti specifici, didascalie e pannelli esplicativi la dimensione emarginante e segregante dell’istituzione manicomiale. Un luogo per poter leggere, conoscere e scoprire il legame che ha unito, anche se nel dolore, la comunità a questa parte del suo territorio.

Raccoglie prima di tutto documenti, cartelle cliniche e registri che introducono brevemente alla storia dell’ospedale, strumenti di contenzione e vari arredi che popolavano i padiglioni della struttura, varie foto che riproducono la vita quotidiana del manicomio e una sezione di fotografie dei pazienti in ricovero.

Poi in un secondo momento si è tentato di superare definitivamente il concetto di museo come luogo espositivo, mettendo in evidenza le emozioni con video interviste, mostrate a muro, di chi a suo tempo ha vissuto quelle realtà.

Emozioni forti e contrastanti

Esplorazioni urbane

Dunque sono stati intervistati gli ultimi operatori che hanno lavorato al Manicomio volterrano, sia in ambiti medico-assistenziali (psichiatri, farmacisti e infermieri) che in quelli tecnici (cuochi, fornai, mugnai, guardarobieri) nella consapevolezza che proprio la multivocalità della memoria orale possa offrire ulteriori oggetti e storie utili a far conoscere la storia di vicende e spazi ormai dimenticati.

Al fine di amplificare l'esperienza di visita, l'esposizione si integra anche con una esplorazione urbana guidata presso gli adiacenti padiglioni dell'Ospedale Psichiatrico. Strutture fatiscenti, ormai danneggiate dal tempo e dall'incuria, ma che meglio di tutti, offrono una connessione empatica con una realtà incredibile. A seconda del numero delle richieste, tale esplorazione viene arricchita da un percorso emozionale tenuto da due artisti teatrali: uno dedicato alle letture della corrispondenza negata dei malati su lettere scritte dai degenti e mai consegnate ai loro parenti ed uno dedicato all'internato più celebre Oreste Fernando Nanetti, autore del libro di pietra presente all’interno del giardino del padiglione Ferri dalla parte delle panchine dei catatonici.

L'Art Brut di NOF4

I graffiti di Oreste Nannetti

I famosi graffiti di Oreste Nannetti, paziente del reparto clamorosi, sono oggi per la maggior parte conservati all'interno del Museo e sono uno dei tesori più preziosi che esso conserva. Il maggiore esemplare di Art Brut italiano lungo sette metri riconosciuto a livello mondiale.

Un’opera immaginaria restaurata nata servendosi dei poveri mezzi di cui Nannetti disponeva: la facciata intonacata dell’ospedale come supporto espressivo e la punta metallica della fibbia del panciotto come strumento di lavoro. Mezzi che grazie a un’ingegnosa metamorfosi assumono un significato simbolico. Il muro, eretto in origine per separare ed escludere, diventa lo schermo sensibile dei deliri poetici dell’autore; l’ardiglione, elemento della divisa regolamentare, obbligatoria, uguale per tutti, che annulla identità e personalità, si trasforma in uno strumento di libertà, il grimaldello per la sua fuga mentale.

Si tratta di migliaia di scritte cuneiformi, numeri e disegni; l’autore si firmava Nanof o N.O.F. 4 e si definiva «astronautico ingegnere minerario del sistema mentale», incaricato di trascrivere messaggi provenienti dallo spazio.

Il camposanto dei matti

Cimitero di Sanfinocchi

Dopo la visita al museo e ai padiglioni abbandonati, il percorso si conclude al Cimitero di Sanfinocchi, il triste cimitero dei matti che per un secolo ha dato il riposo a chi non ne ha avuto nella vita. Situato nell'omonima strada, oggi a separare i vivi dai morti rimane solo un muro con un cancello arrugginito.

Si apre con un viale su cui incombono alti cipressi. All'estremo opposto si erge quella che era la cappella con l'ossario. 1956 in numeri romani segna l'anno della sua costruzione, ma il camposanto era in attivo già all'inizio del secolo, al sostegno del Frenocomio di San Girolamo embrione del futuro Ospedale Psichiatrico. Venne sfruttato fino alla decretata chiusura dei manicomi.

Grande meta per chi predilige il necroturismo, essa non si distingue dagli altri cimiteri per le sue opere monumentali, in verità inesistenti, ma per il sentimento destabilizzante che pervade la mente al pensiero che qui si inumavano poveri diavoli o dementi estinti non reclamati dalle famiglie. Anime dimenticate dal mondo. Per loro emergono dalla terra solo centinaia di lapidi in cemento con forme e dimensioni differenti. Croci sbilenche piantate a terra senza nome, senza epitaffio. Senza foto.

Le storie del Novecento

Museo dell'Ospedale Psichiatrico

Gli ultimi decenni hanno visto un grande sviluppo del dibattito sulle modalità attraverso le quali i musei restituiscono le storie che li caratterizzano. Accanto agli oggetti da proporre al pubblico, un compito particolarmente difficile è quello che ha come obiettivo il salvare e diffondere le memorie orali e dei luoghi, spesso passati ad altra destinazione o poco accessibili, le cui storie sono in parte dimenticate. Interessante in tal senso il caso della Biblioteca Museo Lombroso, un vero e proprio museo di storia della sanità e dell’assistenza dell'ex Ospedale Psichiatrico di Volterra.

Il Museo Lombroso non è molto grande, ma accoglie sufficienti e significativi reperti appartenuti all’Ospedale Psichiatrico, istituzione questa che ha caratterizzato la storia di Volterra dai primi anni del Novecento fino alla approvazione della legge Basaglia. Purtroppo è uno scrigno di tesori quasi sempre chiuso. La struttura è della Azienda Sanitaria Locale e la si visita solo su richiesta perchè i costi per una apertura a tempo pieno è sempre oneroso. Si trova in Borgo San Lazzero ai piedi della "città dei matti" che un tempo si sviluppava in questa zona fino a sopra il cucuzzolo adiacente di Poggio alle Croci.

Tra lo statico e il dinamico

Luogo espositivo ed esperenziale

Lo scopo principale del Museo, è quello di mettere in evidenza attraverso reperti specifici, didascalie e pannelli esplicativi la dimensione emarginante e segregante dell’istituzione manicomiale. Un luogo per poter leggere, conoscere e scoprire il legame che ha unito, anche se nel dolore, la comunità a questa parte del suo territorio.

Raccoglie prima di tutto documenti, cartelle cliniche e registri che introducono brevemente alla storia dell’ospedale, strumenti di contenzione e vari arredi che popolavano i padiglioni della struttura, varie foto che riproducono la vita quotidiana del manicomio e una sezione di fotografie dei pazienti in ricovero.

Poi in un secondo momento si è tentato di superare definitivamente il concetto di museo come luogo espositivo, mettendo in evidenza le emozioni con video interviste, mostrate a muro, di chi a suo tempo ha vissuto quelle realtà.

Emozioni forti e contrastanti

Esplorazioni urbane

Dunque sono stati intervistati gli ultimi operatori che hanno lavorato al Manicomio volterrano, sia in ambiti medico-assistenziali (psichiatri, farmacisti e infermieri) che in quelli tecnici (cuochi, fornai, mugnai, guardarobieri) nella consapevolezza che proprio la multivocalità della memoria orale possa offrire ulteriori oggetti e storie utili a far conoscere la storia di vicende e spazi ormai dimenticati.

Al fine di amplificare l'esperienza di visita, l'esposizione si integra anche con una esplorazione urbana guidata presso gli adiacenti padiglioni dell'Ospedale Psichiatrico. Strutture fatiscenti, ormai danneggiate dal tempo e dall'incuria, ma che meglio di tutti, offrono una connessione empatica con una realtà incredibile. A seconda del numero delle richieste, tale esplorazione viene arricchita da un percorso emozionale tenuto da due artisti teatrali: uno dedicato alle letture della corrispondenza negata dei malati su lettere scritte dai degenti e mai consegnate ai loro parenti ed uno dedicato all'internato più celebre Oreste Fernando Nanetti, autore del libro di pietra presente all’interno del giardino del padiglione Ferri dalla parte delle panchine dei catatonici.

L'Art Brut di NOF4

I graffiti di Oreste Nannetti

I famosi graffiti di Oreste Nannetti, paziente del reparto clamorosi, sono oggi per la maggior parte conservati all'interno del Museo e sono uno dei tesori più preziosi che esso conserva. Il maggiore esemplare di Art Brut italiano lungo sette metri riconosciuto a livello mondiale.

Un’opera immaginaria restaurata nata servendosi dei poveri mezzi di cui Nannetti disponeva: la facciata intonacata dell’ospedale come supporto espressivo e la punta metallica della fibbia del panciotto come strumento di lavoro. Mezzi che grazie a un’ingegnosa metamorfosi assumono un significato simbolico. Il muro, eretto in origine per separare ed escludere, diventa lo schermo sensibile dei deliri poetici dell’autore; l’ardiglione, elemento della divisa regolamentare, obbligatoria, uguale per tutti, che annulla identità e personalità, si trasforma in uno strumento di libertà, il grimaldello per la sua fuga mentale.

Si tratta di migliaia di scritte cuneiformi, numeri e disegni; l’autore si firmava Nanof o N.O.F. 4 e si definiva «astronautico ingegnere minerario del sistema mentale», incaricato di trascrivere messaggi provenienti dallo spazio.

Il camposanto dei matti

Cimitero di Sanfinocchi

Dopo la visita al museo e ai padiglioni abbandonati, il percorso si conclude al Cimitero di Sanfinocchi, il triste cimitero dei matti che per un secolo ha dato il riposo a chi non ne ha avuto nella vita. Situato nell'omonima strada, oggi a separare i vivi dai morti rimane solo un muro con un cancello arrugginito.

Si apre con un viale su cui incombono alti cipressi. All'estremo opposto si erge quella che era la cappella con l'ossario. 1956 in numeri romani segna l'anno della sua costruzione, ma il camposanto era in attivo già all'inizio del secolo, al sostegno del Frenocomio di San Girolamo embrione del futuro Ospedale Psichiatrico. Venne sfruttato fino alla decretata chiusura dei manicomi.

Grande meta per chi predilige il necroturismo, essa non si distingue dagli altri cimiteri per le sue opere monumentali, in verità inesistenti, ma per il sentimento destabilizzante che pervade la mente al pensiero che qui si inumavano poveri diavoli o dementi estinti non reclamati dalle famiglie. Anime dimenticate dal mondo. Per loro emergono dalla terra solo centinaia di lapidi in cemento con forme e dimensioni differenti. Croci sbilenche piantate a terra senza nome, senza epitaffio. Senza foto.