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  • Ottobre 7, 2022 15:41 local time

Dai Tani ai Maffei

Un popoloso borgo agricolo

La prima menzione del sito risale agli inizi dell'anno Mille, quando fu offerto al Vescovo la metà di un terreno posto ad Ariano. Nel medioevo era sede di un castello intorno a cui, nel corso del Trecento, si costituì un popoloso borgo agricolo, che si spopolò un secolo dopo fino a divenire un semplice casale. Nel castello vi era anche una chiesa dedicata a San Giovanni che rientrava nella giurisdizione della pieve di Pignano.

La tenuta nel Seicento entrò a far parte delle proprietà dei Tani, famiglia volterrana arricchitasi col commercio delle spezie, che trasformarono il casale in una bella villa di campagna. Nel Settecento l'intero possedimento passò ai Maffei in conseguenza del matrimonio fra Mario Maffei, provveditore della fortezza e delle Saline di Volterra, e Maria Niccola Alessandra Tani, figlia unica del capitano Girolamo Tani. Alla metà dell'Ottocento Niccolò Maffei ricostruì la villa su disegno dell'ingegner Giorgio Piccinini; gli interni furono abbelliti dal celebre pittore Lodovico Gamberucci.

Dall'ascesa al declino

La divisione della tenuta

Alla tenuta di Ariano furono poi aggiunti i poderi di Barbaiano, Orgiaglia, Casette e Luppiano divenendo una delle maggiori fattorie del volterrano. Nel Novecento passò prima ad un Ferrero di Torino e poi alla Società Immobiliare Cerere il cui direttore, dott. Edoardo Ercoles, divenne un protagonista della vita volterrana negli anni Trenta. La società Cerere la vendette, alla fine degli anni Trenta, alla nobile signora Spinola Formigli, a cui fu espropriata per essere ceduta ai coltivatori diretti con la riforma agraria degli anni Cinquanta.

Fino al primo dopoguerra Ariano era nota con il nome di "fattoria della fame", per le cattive condizioni di vita dei contadini che vi abitavano. Quando l'impresa agricola fallì venne azzardata l'idea di farne un resort di lusso. Vi furono fatti lavori di ammodernamento, investendo su nuove abitazioni e sul borgo nell'ottica di farlo diventare un villaggio turistico, ma ancora una volta il fallimento economico e la mancata individuazione di nuovi investitori ha portato il complesso all'abbandono, di cui tutt'ora soffre.

La fine di un borgo

Inesorabile decadenza

La villa di tre piani e le case intorno sono divenute pericolanti, alcune l'incuria le ha proprio disastrate con incrinature paurose e soffitti bucati. In mezzo alla piscina nel frattempo è cresciuto un albero e i giardini sono ormai dei rigogliosi roveti. Curiosando tra gli interni, nelle stalle, nelle stanze il tempo si è fermato agli anni Settanta e i pezzi di modernariato, i fogli di giornale sparsi a terra, i rimanenti degli oggetti di vita vissuta ne suggeriscono il punto di rottura, il periodo in cui improvvisamente sono state spente le luci su questo progetto visionario. Oggi non rimane altro che un edificio dal grande potenziale, ma desolato e decadente.

L'unico barlume di vita è manifestata dalla cappella della villa patronale che fu costruita nel Seicento e sconsacrata negli anni Sessanta del secolo scorso per diventare una abitazione; in origine dipendeva dalla chiesa di Spicchiaiola e, durante la festa patronale, vi partiva una processione solenne che arrivava fino alla chiesa principale.

Dai Tani ai Maffei

Un popoloso borgo agricolo

La prima menzione del sito risale agli inizi dell'anno Mille, quando fu offerto al Vescovo la metà di un terreno posto ad Ariano. Nel medioevo era sede di un castello intorno a cui, nel corso del Trecento, si costituì un popoloso borgo agricolo, che si spopolò un secolo dopo fino a divenire un semplice casale. Nel castello vi era anche una chiesa dedicata a San Giovanni che rientrava nella giurisdizione della pieve di Pignano.

La tenuta nel Seicento entrò a far parte delle proprietà dei Tani, famiglia volterrana arricchitasi col commercio delle spezie, che trasformarono il casale in una bella villa di campagna. Nel Settecento l'intero possedimento passò ai Maffei in conseguenza del matrimonio fra Mario Maffei, provveditore della fortezza e delle Saline di Volterra, e Maria Niccola Alessandra Tani, figlia unica del capitano Girolamo Tani. Alla metà dell'Ottocento Niccolò Maffei ricostruì la villa su disegno dell'ingegner Giorgio Piccinini; gli interni furono abbelliti dal celebre pittore Lodovico Gamberucci.

Dall'ascesa al declino

La divisione della tenuta

Alla tenuta di Ariano furono poi aggiunti i poderi di Barbaiano, Orgiaglia, Casette e Luppiano divenendo una delle maggiori fattorie del volterrano. Nel Novecento passò prima ad un Ferrero di Torino e poi alla Società Immobiliare Cerere il cui direttore, dott. Edoardo Ercoles, divenne un protagonista della vita volterrana negli anni Trenta. La società Cerere la vendette, alla fine degli anni Trenta, alla nobile signora Spinola Formigli, a cui fu espropriata per essere ceduta ai coltivatori diretti con la riforma agraria degli anni Cinquanta.

Fino al primo dopoguerra Ariano era nota con il nome di "fattoria della fame", per le cattive condizioni di vita dei contadini che vi abitavano. Quando l'impresa agricola fallì venne azzardata l'idea di farne un resort di lusso. Vi furono fatti lavori di ammodernamento, investendo su nuove abitazioni e sul borgo nell'ottica di farlo diventare un villaggio turistico, ma ancora una volta il fallimento economico e la mancata individuazione di nuovi investitori ha portato il complesso all'abbandono, di cui tutt'ora soffre.

La fine di un borgo

Inesorabile decadenza

La villa di tre piani e le case intorno sono divenute pericolanti, alcune l'incuria le ha proprio disastrate con incrinature paurose e soffitti bucati. In mezzo alla piscina nel frattempo è cresciuto un albero e i giardini sono ormai dei rigogliosi roveti. Curiosando tra gli interni, nelle stalle, nelle stanze il tempo si è fermato agli anni Settanta e i pezzi di modernariato, i fogli di giornale sparsi a terra, i rimanenti degli oggetti di vita vissuta ne suggeriscono il punto di rottura, il periodo in cui improvvisamente sono state spente le luci su questo progetto visionario. Oggi non rimane altro che un edificio dal grande potenziale, ma desolato e decadente.

L'unico barlume di vita è manifestata dalla cappella della villa patronale che fu costruita nel Seicento e sconsacrata negli anni Sessanta del secolo scorso per diventare una abitazione; in origine dipendeva dalla chiesa di Spicchiaiola e, durante la festa patronale, vi partiva una processione solenne che arrivava fino alla chiesa principale.