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  • Ottobre 7, 2022 15:25 local time

Archeologia religiosa

Una chiesa provata dal tempo

La chiesa di Santo Stefano è databile al Millecento, ma è fortemente danneggiata, della fase originaria si conserva solo la parte inferiore della facciata e parte delle pareti laterali. La chiesa ha tre portali di accesso, di cui quello centrale è il più grande, gli stipiti sono costituiti da pilastri di pietra color rosso e sorreggono un architrave, sono sormontati da capitelli, ornati con motivi decorativi differenti, come è tipico delle chiese romaniche; anche le architravi erano decorate, oggi si è conservata solamente quella del portale di destra, che presenta un motivo floreale.

Ai lati dei portali sono collocate due semi colonne e altre due segnano gli spazi fra un portale e l’altro. Queste semi colonne sono tutte sormontate da un capitello che serviva per reggere degli archetti pensili, all’interno dei quali era racchiuso un motivo decorativo a losanghe, che costituisce una fascia decorata posta immediatamente al di sopra dei portali di accesso, di cui si conserva solamente una porzione. Gli archetti e le losanghe sono realizzati con materiali differenti dal resto della facciata, in “tufo di Pignano”, mentre la muratura è in pietra arenaria, localmente chiamata Panchina.

A cielo aperto

Il giardino di Borgo Santo Stefano

Quasi tutta la muratura al di sopra degli archetti è andata completamente perduta, ne è rimasto solo un lembo sul lato destro. Oggi, a guardarla con superficialità, ricorda un piccolo chiostro, un giardino a cielo aperto dove sul suo centro si innalza un bellissimo albero; luogo ideale per una sosta ristoratrice al riparo dal sole.

L’elevato grado di accuratezza decorativa della facciata, indicato anche dall’utilizzo di numerosi materiali per creare un effetto cromatico di forte impatto e dall’articolazione architettonica, ci informano, senza ombra di dubbio, della ricchezza e del prestigio di cui godeva la chiesa nel medioevo. La parete che si conserva meglio è quella sinistra, su cui si è addossata la cappella moderna; su di essa è possibile notare una porta laterale, con copertura formata da una piattabanda e da una lunetta con arco a tutto sesto estradossato, e tre finestre strombate con arco a tutto sesto. Il paramento è a filaretto con blocchi molto regolari.

Piccolo ed intimo

Da collegiata a oratorio

La chiesa venne eletta a Collegiata alla fine del Duecento e fu restaurata nel Cinquecento a spese del Comune di Volterra e dell’Opera di Santo Stefano; aveva cinque altari, oltre a quello maggiore, dedicati a Santa Caterina, a San Domenico, San Simone, San Giacomo e dell’Opera di Santo Stefano.

La parrocchia di questa chiesa si estendeva dalla fonte di San Felice fino quasi al piano della Guerruccia e aveva sotto di sé dodici chiese: San Martino, San Giovanni in Orticasso, l’Oratorio della Madonna della Penera, l’Oratorio della Compagnia di Santo Stefano, l’Oratorio della Madonna delle Rose, la Chiesa di San Dalmazio, la Chiesa di San Francesco, l’Oratorio del Santissimo Nome di Gesù, l’Oratorio di San Felice, l’Oratorio della Madonna di San Sebastiano, l’Oratorio di San Iacopo a Casetta, l’Oratorio di San Carlo alla villa delle Colombaie. Già alla fine del Seicento si notavano però i primi segni del cedimento strutturale del fabbricato che portarono alla decisione presa dal vescovo Giulio Bonamici, un secolo dopo, di unire questa chiesa a quella di San Giusto. Dopo di allora la chiesa venne ridotta ad un piccolo oratorio costruito accanto ai resti del fabbricato romanico.

> Scopri, Borgo Santo Stefano

Archeologia religiosa

Una chiesa provata dal tempo

La chiesa di Santo Stefano è databile al Millecento, ma è fortemente danneggiata, della fase originaria si conserva solo la parte inferiore della facciata e parte delle pareti laterali. La chiesa ha tre portali di accesso, di cui quello centrale è il più grande, gli stipiti sono costituiti da pilastri di pietra color rosso e sorreggono un architrave, sono sormontati da capitelli, ornati con motivi decorativi differenti, come è tipico delle chiese romaniche; anche le architravi erano decorate, oggi si è conservata solamente quella del portale di destra, che presenta un motivo floreale.

Ai lati dei portali sono collocate due semi colonne e altre due segnano gli spazi fra un portale e l’altro. Queste semi colonne sono tutte sormontate da un capitello che serviva per reggere degli archetti pensili, all’interno dei quali era racchiuso un motivo decorativo a losanghe, che costituisce una fascia decorata posta immediatamente al di sopra dei portali di accesso, di cui si conserva solamente una porzione. Gli archetti e le losanghe sono realizzati con materiali differenti dal resto della facciata, in “tufo di Pignano”, mentre la muratura è in pietra arenaria, localmente chiamata Panchina.

A cielo aperto

Il giardino di Borgo Santo Stefano

Quasi tutta la muratura al di sopra degli archetti è andata completamente perduta, ne è rimasto solo un lembo sul lato destro. Oggi, a guardarla con superficialità, ricorda un piccolo chiostro, un giardino a cielo aperto dove sul suo centro si innalza un bellissimo albero; luogo ideale per una sosta ristoratrice al riparo dal sole.

L’elevato grado di accuratezza decorativa della facciata, indicato anche dall’utilizzo di numerosi materiali per creare un effetto cromatico di forte impatto e dall’articolazione architettonica, ci informano, senza ombra di dubbio, della ricchezza e del prestigio di cui godeva la chiesa nel medioevo. La parete che si conserva meglio è quella sinistra, su cui si è addossata la cappella moderna; su di essa è possibile notare una porta laterale, con copertura formata da una piattabanda e da una lunetta con arco a tutto sesto estradossato, e tre finestre strombate con arco a tutto sesto. Il paramento è a filaretto con blocchi molto regolari.

Piccolo ed intimo

Da collegiata a oratorio

La chiesa venne eletta a Collegiata alla fine del Duecento e fu restaurata nel Cinquecento a spese del Comune di Volterra e dell’Opera di Santo Stefano; aveva cinque altari, oltre a quello maggiore, dedicati a Santa Caterina, a San Domenico, San Simone, San Giacomo e dell’Opera di Santo Stefano.

La parrocchia di questa chiesa si estendeva dalla fonte di San Felice fino quasi al piano della Guerruccia e aveva sotto di sé dodici chiese: San Martino, San Giovanni in Orticasso, l’Oratorio della Madonna della Penera, l’Oratorio della Compagnia di Santo Stefano, l’Oratorio della Madonna delle Rose, la Chiesa di San Dalmazio, la Chiesa di San Francesco, l’Oratorio del Santissimo Nome di Gesù, l’Oratorio di San Felice, l’Oratorio della Madonna di San Sebastiano, l’Oratorio di San Iacopo a Casetta, l’Oratorio di San Carlo alla villa delle Colombaie. Già alla fine del Seicento si notavano però i primi segni del cedimento strutturale del fabbricato che portarono alla decisione presa dal vescovo Giulio Bonamici, un secolo dopo, di unire questa chiesa a quella di San Giusto. Dopo di allora la chiesa venne ridotta ad un piccolo oratorio costruito accanto ai resti del fabbricato romanico.

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