“San Michele detto delle Formiche, detto anche San Michele a Spartacciano, fu anticamente uno ospizio nel popolo di Monte Cerboli e nella comunità di Pomarance. Se ne trova memoria fino dal secolo XIII; e fu allora affidato alla custodia dei padri Celestini, che vegliavano di lassù alla sicurezza dei passeggieri che in questi tempi, nei quali le vie erano piene d’insidie, correvano spesso grande pericolo nei viaggi loro. La leggenda ne volle poste le fondamenta dallo stesso San Michele arcangelo, ed aggiunse che lo imperatore Arrigo II, mentre stava in Italia per la guerra contro Arduino d’Ivrea, avendo ricevuto dallo arcangelo una grazia speciale, si recò a visitarla e le fece molti e ricchi doni (1014)”
(Vigo, Statuti dei Disciplinati).

La strada dei “viaggi loro” nel territorio in questione fu la via “massetana”, itinerario da Volterra a Massa Marittima, presente oggi con le ovvie modifiche (dovute al tempo) e chiamata statale 439 Sarzanese Val d’Era.

In quanto al nome che caratterizzò il monastero in modo così originale, derivò da una pia tradizione: verso la fine di settembre, in prossimità della festa dell’arcangelo (il 29) pare le formiche sciamassero dai loro formicai e si portassero in gran numero sulla campana di San Michele.

Mostrano una zona ‘scarsamente antropizzata’ i documenti di oggi mentre la fanno vedere punteggiata di insediamenti-castelli e di piccoli comuni le carte e le mappe degli archivi: si trova citata nello Schneider (Regestum Volaterranum) la villa degli uomini di Spartacciano nel 1204, nel 1217 e nel 1266 assieme a un botro, cioè un fossato, che alimentava un bagno termale, sopravvissuto fino ad oggi (in rovina, v. foto).


Atti notarili, donazioni e presenza dei Celestini

Nel 1346, invece, a Spartacciano, si trovò una casa venduta per la terza parte da ser Iacopo di Chelino da Pomarance a Riccio di Bertino di Volterra operaio dell’opera di San Michele, detentrice di un’altra parte. L’atto fu scritto dal notaio Cecco di Chelino a Pomarance nella casa del comune, presente Giovanni rettore della chiesa di San Cerbone *.

E che San Michele avesse degli estimatori, si rileva anche al tempo in cui infuriò la Peste Nera in Italia, nel giugno 1348, quando Iacopo e Ranieri fratelli e figli di Neri di Berardo da Montecerboli, per rogo di ser Potente di Cecco da Lustignano, fecero testamento e lasciarono all’ospedale di San Michele un pezzo terra vignato a Spartacciano e un altro da lavorare al Renaio.

Nel 1356 questo piccolo ospedale era ancora in funzione e viene ricordato nel Sinodo del vescovo Belforti assieme a altri del volterrano, fondati per l’indubbia utilità nei viaggi.

Il 31 maggio 1377 poi avvenne un cambiamento di rilievo: i monaci celestini fecero domanda al comune di Volterra, tramite don Angelo pievano di Morba (Montecerboli), di poter prendere possesso di Spartacciano per edificarvi un loro convento, riservando la proprietà al comune stesso. La proposta fu accettata. Da allora per alcuni secoli il luogo ospitò un piccolo gruppo di questi benedettini, che presero il nome da papa Celestino V (Pietro da Morrone) fondatore dell’ordine eremitico in Abruzzo poi approvato da Urbano V (1263) e con una sua sede anche a Firenze in via San Gallo (ca 1326-27).

Alla domanda sul perché i Celestini si fossero insediati nel volterrano su un poggio tanto isolato si può rispondere che forse tali posti erano meno appartati di oggi, essendo ricchi di minerali e cave e di boschi e acque per l’allevamento degli animali. Naturalmente se ne deve ricordare anche il carisma religioso, la vocazione all’eremitaggio e la via massetana utile nel cammino verso Siena, Perugia, Roma e il Lazio e l’Abruzzo dove furono i conventi più importanti.

Poco dopo la fondazione, nel 1379 si radunarono a capitolo nel nostro convento dell’alta Val di Cecina i monaci Niccolò da San Massimo vicario e procuratore dell’ordine a nome di Raynaldo abate generale, Nicola da Perugia priore abate di San Michele delle Formiche de “Sparteciano”, Roberto da Napoli sacerdote, Giovanni da Sulmona laico e fra Bartolomeo da Firenze diacono.

Congregati al consueto suono della campana, decisero “pro certo melioramento et utilitate” del luogo e costituirono procuratore Berto di Ganuccio da Montecerboli oblato di San Michele riguardo alle cose, ai beni stabili e mobili già di sua proprietà e che ora venivano a lui concessi in usufrutto vita natural durante con l’obbligo di rendere conto della loro amministrazione. Oltre a ciò il monastero si riservava di decidere e di dare l’approvazione circa la destinazione di detti beni (vendita, donazione ecc.) eventualmente proposta dal loro oblato.

All’atto furono presenti Piero Cei di Montecerboli, Antonio di Guido di Castel Volterrano e Ludovico figlio del notaio rogatario: ser Potente del fu Cecco da Lustignano.

Una cinquantina di anni dopo, nel catasto di Volterra (1429-30) si ricordava la casa di San Michele delle Formiche di via delle Prigioni in città presso gli edifici e stalle di gente altolocata come i Belforti, i Guidi e i Gaetani quest’ultimi di Pisa: “j chasa in Voltera nella via del prigione, a primo via, a sechondo ser Michele d’Antonio di Rinieri, a terzo ser Cristofano di Ghieri”. I monaci avevano anche una casetta in Borgo per tenere fieno, cioè per i cavalli con i quali i potevano viaggiare.

Altri loro beni erano delle terre in comune di Pomarance proprio sul Poggio di San Michele delle Formiche, al Formicaio, a Barbaiuola, a Campolungo e presso una torre nel castello di Acquaviva (San Dalmazio).


La lite dei confini e le pietre dei termini

Un ultimo documento ricorda che nel giugno 1388 si compose amichevolmente una lite di confini tra i comuni del castello di Pomarance e del castello di Montecerboli e che dei misuratori collocarono in vari punti importanti le pietre dei termini.

Partirono da un lato dalla chiesa “sancti Michaelis Formicarum sita super podio de Spartacciano” e andarono dall’angolo della stessa chiesa “anteriori verso plateam dicti podii versus territorium Montis Cerboli”. Arrivarono alle scale della casa già di Chelino di Feduccio di Pomarance, “ut trait aqua pendet” alla via tra i due castelli, in luoghi come Sorbo e Cardaleto, fino al fiume del Raquese “ubi mittit botrus de Fontuomini”, dirigendosi poi verso Santa Maria.

Invece, dal secondo lato, sempre iniziando dal poggio di Spartacciano e dalla chiesa di San Michele, andarono a fissare un termine “magno” “versus balneum de Spartacciano” e altri termini piccoli in vari luoghi, tra i quali la terra dell’episcopato volterrano detta “L’Orto anticho”, al bagno oltre il botro e su una collina di gabbro. Sistemarono poi un altro termine “magno” in una “grotta in loco dicto Percossoio” e si diressero, come andava l’acqua e per la via principale, fino al “Forconem duarum botrorum iuxta terram Guidaronis seu monasterium Sancti Dalmatii”.

Riassumendo, i terminatori considerarono il Raquese e la via massetana come i confini principali tra i due castelli, in modo che, senza equivoci, i loro rispettivi uomini, potessero avere piena giurisdizione sulla parte assegnata, riscuoterne i frutti e imporre tasse e gravezze, con l’eccezione delle acque comuni del fiume utile per abbeverare gli animali.

Nella pergamena molto sciupata appaiono citati e quasi illeggibili i nomi dei confinatori, degli arbitri, dei laudatori e del notaio che fu Antonio di Michele Ganucci da Volterra.

PAOLA IRCANI MENICHINI, PAOLA IRCANI MENICHINI
“Celestini alle Formiche. Spartacciano, Montecerboli e confini nel volterrano”, in manoscritti.altervista.org, a. 2025, 4 settembre
NOTE BIBLIOGRAFICHE
1 Nel regesto dell’Archivio di Stato di Firenze l’atto è assegnato erroneamente al 1246; Cecco del fu Chelino è documentato nel novembre 1368 e non nel secolo precedente (i segni notarili corrispondono).