La perfezione geometrica della Pietà
Mattoni a vista, simmetrie rinascimentali e devozione mariana
La Chiesa di Santa Maria della Pietà si impone nel panorama rinascimentale toscano per la scelta radicale di rinunciare all’intonaco, lasciando che la trama del mattone a vista esalti la perfezione geometrica dei volumi. Questa “nudità” materica conferisce alla struttura un aspetto originale e senza tempo, dove la regolarità architettonica diventa essa stessa elemento decorativo.
Il fulcro unificante dell’intera costruzione è la cupola, situata esattamente sul crocevia dei quattro bracci della croce greca. Essa si innalza sopra un tamburo scandito da otto oculi circolari e appare esternamente divisa in spicchi da sei robusti costoloni, per una configurazione che ne sottolinea lo slancio verticale. Un dettaglio di asimmetria calcolata è dato dal piccolo campanile a vela che svetta sopra il tetto del braccio Nord, rompendo la monotonia della linea di colmo senza però alterare l’equilibrio complessivo.
L’invito all’interno è mediato da una serie di tre portali gemelli nei bracci sud, est e ovest in calcare arenaceo. Su questi ingressi sono incise alcune iscrizioni solenni; da un lato il monito “Terribilis est locus iste et sanctus”, dall’altro la dedica della comunità bibbonese alla “Divae Virgini”, testimoniando un legame indissolubile tra il potere civico e la devozione mariana che ha finanziato e voluto questa fabbrica alla fine del XV secolo.
Raffinatezze interne
La mano di Vittorio Ghiberti
Modifiche successive
L’enigma della doppia cupola e dei costoloni
L’analisi tecnica della cupola rivela un’anomalia costruttiva di estremo interesse, che suggerisce modifiche in corso d’opera o una deviazione dai modelli brunelleschiani classici. La cupola si presenta infatti a doppia calotta, ma con un’impostazione dei costoloni (sproni) che rende le due strutture completamente indipendenti l’una dall’altra. Mentre la calotta interna è scandita da otto costoloni che definiscono altrettanti spicchi dove si aprono gli occhi di luce, quella esterna è sorretta da soli sei sproni, impostati su un tamburo sovrapposto e ruotato di circa sette gradi rispetto all’asse principale della fabbrica.
Questa asimmetria funzionale suggerisce che, una volta ultimata la calotta interna, sia venuta meno la mente direttiva originaria o che le maestranze si siano trovate a dover improvvisare una protezione esterna, optando per una soluzione tecnicamente più agile che alleggeriva il numero dei sostegni.
Altra particolarità è la scomparsa della “svelta lanterna” originaria, descritta dalle croniche come sormontata da una palla di pietra e una croce, sostituita oggi da un cono terminale più grezzo. Questo declassamento estetico, unito all’occlusione di alcune finestre, è probabilmente imputabile a interventi ottocenteschi volti a diminuire il peso gravante sulla struttura per prevenire cedimenti statici causati dalla vicina collina e dalle inondazioni del fosso adiacente.
Secondo leggi prospettiche di mezzo secolo prima
Geometria dell’organismo architettonico
La chiesa è un esempio purissimo di pianta centrale a croce greca, ma non si tratta di una pianta “accentratrice” nel senso classico, bensì di un aggregato articolato di quattro elementi quadrati disposti intorno a un nucleo centrale. Ogni braccio della croce è definito da pilastri angolari che sostengono quattro archi uguali, creando uno scheletro portante indipendente dalla muratura perimetrale, che funge quasi solo da setto separatorio geometrico.
La copertura è un trionfo di tecnica rinascimentale; i bracci laterali sono chiusi da volte a vela in mattoni disposti a spina di pesce, mentre il centro è sovrastato da una cupola emisferica estradossata. Questa struttura fu concepita applicando le leggi di prospettiva e simmetria formulate meno di mezzo secolo prima, privando l’edificio di ogni ornamento superfluo per esaltarne la plasticità sensibile.
L’interno, originariamente intonacato e riportato al suo aspetto primigenio in mattoni faccia a vista solo intorno al 1930, rivela una spazialità “spartana” ma nobile, dove il calore del cotto dialoga con il bruno gialliccio della pietra arenaria dei capitelli e dei peducci, creando un gioco chiaroscurale che valorizza l’armonia delle proporzioni e la chiarezza dei volumi.
Chiesta costruita a protezione di una immagine mariana
La leggenda contro il longobardo Agilulfo
La decorazione pittorica della chiesa trasforma l’edificio in un piccolo museo della devozione territoriale, fondendo temi teologici e iconografia popolare. Tra le opere più significative spicca la Madonna della Cintola, dove la Vergine è ritratta sopra un cumulo di nubi tra angeli reggicorona, e la Sacra Conversazione, un dipinto che, pur nella sua semplicità rinascimentale, offre uno spaccato interessante con le torri di una città che si stagliano sullo sfondo dietro le figure di Sant’Elisabetta e di un Vescovo.
Tuttavia, l’opera che definisce l’anima del luogo è la Pietà, che raffigura Maria con il Cristo morto in un contesto naturale desolato e segnato dalle piaghe della crocifissione. Questa immagine è il cuore di una leggenda che affonda le radici nelle origini di Bibbone in cui si narra di una nobile fanciulla che, rapita dal longobardo Agilulfo, ottenne la libertà implorando il soccorso della Vergine dinanzi a un rozzo dipinto su pietra. Il miracolo spinse i fedeli a inginocchiarsi davanti a quell’immagine, finché il Comune decise di sostituire la vecchia “maestà” con il tempio attuale.
Raffinatezze interne
Dai pennacchi al simbolismo civico
Varcata la soglia, l’organizzazione spaziale rivela un’eleganza rigorosa, dove la luce zenitale filtrata dagli oculi del tamburo illumina la crociera centrale. La cupola è sostenuta da quattro pilastri addossati alle pareti, ma è nei pennacchi di raccordo che si concentra il dettaglio decorativo più ricercato: la presenza di valve di conchiglia inscritte dentro serti, ovvero ghirlande di elementi intrecciati. Questo motivo classico, simbolo di rinascita, nobilita la transizione tra il quadrato dei pilastri e il cerchio del tamburo.
L’arredo liturgico interno non è da meno e riflette secoli di stratificazione artistica. Di particolare rilievo è l’acquasantiera a pianta quadrata, poggiante su un plinto con un dado decorato da uno stemma “a cartoccio” che reca il leone rampante, simbolo araldico del Comune. L’altare situato nel braccio est, datato 1629, presenta stipiti a balaustro su dadi di base, mentre l’altare maggiore si distingue per la conformazione “a cofano” con balaustri lavorati a rilievo.
Ogni elemento, dalla semplicità del fusto delle acquasantiere alla complessità dei tabernacoli, è inserito in un sistema di proporzioni meticolose che permette alla chiesa di dialogare con i grandi modelli contemporanei di Lodi e Prato, elevando Bibbona a centro d’avanguardia per la cultura artistica rinascimentale.
