Pio IX aveva chiesto alle potenze cattoliche, una spedizione armata per stroncare l’eretica repubblica romana che aveva osato dichiarare decaduto il potere temporale dei papi.
Fu proprio la Repubblica francese ad uccidere la democratica repubblica romana.
Nel mese di Aprile il generale Oudinot mosse contro Roma ma venne messo in rotta. Fu conclusa una tregua mantenuta fino al 3 di giugno allorquando i francesi attaccarono di sorpresa. Roma fu sotto il tiro dei cannoni francesi e resistette fino al 30 di giugno. Il 1. Luglio la Costituente romana accettò di capitolare, mentre Garibaldi con alcune migliaia di uomini uscì dalla città.
Giuseppe Garibaldi uscì con la speranza di rinfocolare nei popoli toscani il senso di libertà. Fu inseguito da quattro eserciti, ma riuscì a confonderli portandosi nel territorio di San Marino. Il 1. Agosto si trovò a Cesenatico con 200 uomini dei più fidi, qui si impadronirono di tredici barche e salparono per Venezia, ma incrociatori austriaci li costrinsero a sbarcare sulle coste di Magnavacca. Qua si dispersero e Garibaldi rimase solo con il Capitano Leggero Cogliuoli e Anita, incinta di sei mesi.
Nelle valli di Comacchio Anita morì di stenti mentre Garibaldi oppresso dal dolore fu costretto a fuggire con il Leggero raggiungendo il valico di Monte Piano sull’Appennino. Il 26 agosto oltrepassò il Monte delle Calvane, quindi la valle del Bisenzio fino a Montecuccoli e Rocca di Cerbaia, giungendo alle ore 7 al mulino di Cerbaia. Durante la notte tra il 26 e 27 agosto si trovò a Prato, alle ore 8 del 27 arrivò a Poggibonsi, alle ore 15 transitò presso i monumenti di Volterra ed entrò nel territorio del Comune di Pomarance attraversando a guado il fiume Cecina, perché il ponte non era stato ancora ricostruito. Iniziò la salita lungo la via provinciale Massetana o del Cerro Bucato, ma la cavalla « La Chioccia » correva da cinque ore senza riposo tirandosi un barroccino a due rote con tre persone sopra. Necessitò fermarsi al primo casolare che si presentò. Giuseppe Garibaldi, il Capitano Leggero e il vetturino Montereggi scesero così al podere di Prugnano sostandovi per un’ora e accettando un uovo cotto nella cenere. Alle ore 18 i due ripartirono con il vetturino e raggiunsero Pomarance alle ore 19, sostando all’Albergo della « Burraia ». Non appena sceso dal barroccino Garibaldi pregò il Montereggi, che li aveva trasportati fin da Poggibonsi, di trovare altro vetturino che li accompagnasse fino al Bagno a Morbo.
Il Montereggi andò in paese e ritornò poco dopo con Vittore Landi, detto « Zizzo » vetturino di professione, che si incaricò di portare i « due mercanti di bestiame » al Bagno al Morbo, (così dissero di essere). Mentre Zizzo preparava la vettura, Garibaldi e il Leggero si riposarono in una camera al piano di sopra dell’albergo. Prima di partire mangiarono insieme al Montereggi quello che era stato preparato dall’albergatore. Arrivò Zizzo con il suo barroccino ed alle ore 21 i profughi ripresero la via, giungendo alle ore 23 al Bagno al Morbo.
Erano così giunti all’odierna « Perla » in un sol giorno da Prato, attraversando un buon tratto della Toscana e riposando appena qualche ora per il cambio della vettura. Allora, certamente la situazione era molto migliorata, l’esoso straniero non era penetrato sicuramente in queste regioni. In questa alta maremma, la scarsa popolazione faceva sì che più facilmente potessero restare inosservati. Il Morbo era una stazione balneare ove in tempo d’estate venivano i malfermi di salute dai vicini paesi della maremma massetana.
Fu quindi un fatto fuori dell’ordinario che si presentassero due stranieri alle undici di sera. Zizzo si era fermato con la sua vettura, i viaggiatori erano discesi ed avevano battuto alla porta che veniva aperta dallo stesso Ministro del Bagno; « parlò al Signor Martini? », gli chiese il generale, e alla sua risposta affermativa si trasse di tasca una lettera e gliela consegnò. Introdotti i due stranieri nel salotto a terreno e pregati di sedersi, Girolamo Martini chiese il permesso di leggere la lettera ricevuta, e ne aveva scorsi i primi righi, quando uno dei due alzatosi in piedi d’un tratto, con tono sicuro e confidenziale di chi parlasse ad un amico lo interruppe, dicendo: « signor Martini in due parole vi dico il contenuto della lettera; sappiate che io sono il generale Garibaldi e questo mio compagno il capitano Leggero ». Attonito il Martini guardò i suoi due ospiti; mentre gli passarono per la mente le gesta gloriose del Generale, la fortuna avversa al presente, il bisogno di soccorso immediato. La sua risposta fu « coraggio generale, tutto si rimedia! ». E pronto al rimedio fu davvero il Martini, che col suo senso pratico che gli era abituale, pensò anzitutto di giustificare l’arrivo dei due stranieri ad un’ora così insolita al Morbo e di far sparire le loro tracce.
Saputo dal generale come Zizzo fosse convinto di avere portato due mercanti di bestiame, si fece sulla porta di casa e rivolgendosi al vetturino con voce alta lo rimproverò di aver condotto i due mercanti con i quali non aveva nulla a che fare perché erano diretti a Bruciano a comprare dei cavalli, e continuasse pure il viaggio se voleva essere pagato con la mercede stabilita. Ma Zizzo, come era naturale, rispose che si era impegnato col vetturino di Poggibonsi di portare i due passeggeri soltanto al Morbo, questo l’aveva fatto, e quindi era fuori del suo obbligo e non voleva andare a Bruciano, molto più che si era già impegnato di condurre, domattina presto, delle persone da Pomarance alla fiera del ponte di ferro sulla Cecina e doveva perciò ritornare subito indietro.
Girolamo Martini che aspettava proprio questa risposta, gli ribatté: « stava bene, vedevo che con la tua brenna non sareste buono a condurceli questi viaggiatori, ce li avrei fatti portare io col mio legno appena si fossero un po’ riposati ». Ciò detto il Martini pose in mano allo Zizzo una moneta d’oro da venti lire a nome dei due mercanti. Come rimanesse lo Zizzo di fronte ad una così lauta ricompensa si può immaginare. Egli pensò che i dieci chilometri dalla Burraia al Morbo gli avevano fruttato un marengo; la prosecuzione del viaggio ne avrebbe fruttato almeno un altro con persone così facili allo spendere. Zizzo scomparve nella notte borbottando e sfogando il suo malumore sul cavallo che riprese la via del ritorno.
Rimediato ad uno, ecco che si presentò un altro inconveniente. Era stato chiamato il cameriere, che era già coricato, e gli era stato ordinato di servire i due nuovi venuti. Non appena il cameriere vide i due profughi, che tutt’ora erano nel salotto a terreno insieme con il Martini, uscì dalla stanza e chiamato il ministro in luogo appartato, con modi di chi era paurosamente meravigliato gli disse: « Ma signor ministro sa lei chi sono quei due forestieri? ». E il Martini di rimando: « Chi erano dunque?». « Uno dei due, quello con la barba bionda era Garibaldi », « Ma siete matto?» replicò con sangue freddo il Martini: « quei due erano mercanti di bestiame che andavano a fare acquisti di cavalli a Bruciano e erano stati portati qui per errore ». « Ed io gli dico che erano due profughi, e uno di loro era Garibaldi; lo conoscevo bene, stia sicuro, l’avevo servito a tavola a Nizza ».
Bisognò cessare dall’inutile negativa e dire al cameriere che non si era ingannato; i due erano lì di passaggio per pochi momenti, ma guai a lui se parlava. Il cameriere promise e mantenne. Ma la posizione dei due profughi era precaria ed occorreva pensare al loro sicuro rifugio e quindi alla fuga.
Si trovò per caso al Bagno un tale che godeva fama di persona onesta ed era ritenuto dal Martini assai liberale. A lui si rivolse il ministro, gli confidò il nome degli ospiti illustri e gli chiese un consiglio. Il creduto liberale era si onesto, ma pusillanime, e trasecolando nel sentire che in quella casa stessa si trovava Garibaldi, consigliò il Martini a sbarazzarsi e subito, di persone così pericolose.
Il Martini fu già pronto a riparare alla mal fatta confidenza e sempre di animo pronto ai ripieghi rispose « Già! già!… ho io pure pensato così, avrei messo subito in pratica il suo consiglio col farli accompagnare a Bruciano, appena si fossero riposati ».
Chiamato il vetturino di casa, in presenza del timoroso signore, gli ordinò di tenersi pronto per condurre a Bruciano i due viaggiatori; poi in segreto gli ingiunse di partire al tocco dopo mezzanotte, fermarsi a Campo murato, in località prossima a Bruciano, fino a giorno avanzato, e tornare al bagno facendo in modo di essere notato e veduto e dire a tutti di avere accompagnato i due mercanti di bestiame. Così fece il vetturino fidatissimo, ma inconsapevole del perché di quei viaggi a vuoto. Ecco che il Martini era riuscito a tranquillizzare il pauroso liberale, l’astuto cameriere e persuase tutti i bagnanti che i due mercanti di bestiame, giunti ad ora così insolita, erano già ripartiti per la loro destinazione.
Frattanto il Martini aveva già fatto passare i suoi ospiti nella parte più riposta della casa, alloggiandoli nella stanza al piano superiore e sovrapposta a quella di ricevimento. Nella notte però il povero Ministro non chiuse occhio, pensando dove trovare un sicuro asilo per i due e come fare per riuscire ad andare a luoghi di salvezza sicura. Finalmente decise di dirigersi a Michele Bicocchi, ricco proprietario della vicina fattoria di S. Ippolito, come a colui che poteva dare asilo, aiuto e consiglio. La mattina prestissimo si recò quindi da lui e gli raccontò i fatti della sera; gli disse il nome illustre che portava uno dei suoi ospiti, la necessità di ricovero più sicuro, il dovere che sentiva di non abbandonare il proscritto. Il Bicocchi offrì aiuti e consigli, scartò l’idea di ospitarli a S. Ippolito poiché frequentemente si recavano a quella fattoria i gendarmi del governo granducale. Propose Camillo Serafini di S. Dalmazio e Angiolo Guelfi di Scarlino, come quelli che potevano accettare di gran cuore l’impresa della salvazione e capaci di portarla a compimento con esito fortunato e, l’uno fornì sicuro asilo a S. Dalmazio, l’altro provvide ad una via per raggiungere la costa della maremma. Consigliò di spedire subito un espresso al Serafini e si offrì di parlare egli stesso ad Angiolo Guelfi, che sapeva doversi trovare quel giorno stessa alla fiera del Ponte di ferro sulla Cecina. Quanto ad aiuti non misurò la promessa, anzi dichiarò che il suo danaro era a disposizione dell’impresa, ed era pronto a spendere qualsiasi somma purché riuscisse bene. Offrì uomini e cavalli per trasporti ed espressi.
Stabilito il programma, il Martini mandò un espresso a S. Dalmazio e il Bicocchi partì per la fiera del Ponte di ferro alla quale sapeva di incontrare il Guelfi. Ma l’espresso di ritorno del Martini riferì che il Serafini era già partito per la fiera, cosicché il Bicocchi trovò entrambi e poté con essi parlare. In quel giorno il Serafini era alla fiera come Deputato del Comune di Pomarance e il Guelfi vi si trovava per suo diporto. Il
Bicocchi li prese in segreto e riferì loro essere necessario che si portassero al Morbo essendovi colà rifugiati due personaggi da salvare.
Il generale G. Garibaldi e il capitano Leggero giunsero all’albergo «La Burraia» di Pomarance sul barroccino del vetturino Montereggi con la cavalla « La Chioccia ».
Né l’uno né l’altro ebbero bisogno che una tal cosa fosse detta loro due volte. Il Serafini lasciò la deputazione e il Guelfi gli amici e si misero in via per provvedere al soccorso dei due proscritti di cui ignoravano il nome. Questa non era cosa nuova per loro che tante volte si erano affaccendati in questi tristi tempi a salvare dall’ergastolo o dalla morte quanti più patrioti esuli avevano potuto. Oggi si attendevano di salvare tutt’altri che Garibaldi e il suo Capitano.
Tutti sapevano che Garibaldi era scomparso dalla scena politica da circa un mese e tutto faceva credere che dalle rive dell’Adriatico, ove si era succeduta l’ultima catastrofe della sua schiera, egli avesse già trovato una via di salvezza per l’America, in ogni caso, mai pensavano che potesse essere in quei paraggi. Strada facendo stabilirono che il Serafini corresse dove si trovavano i profughi e il Guelfi andasse ad aspettare a S. Dalmazio, qui insieme, a seconda del bisogno, concertarono le misure da prendere. Così fecero ed il Serafini corse difilato al Morbo ove giunse alle due pomeridiane, ricevuto dal Martini come angelo liberatore ed introdotto presso i due profughi. A differenza degli altri che avevano fin qui soccorso l’eroe, lo riconobbe a prima vista per averlo veduto a Livorno nel suo sbarco nell’ottobre antecedente. Vinta la sorpresa, tanto naturale per così inopinato incontro, con voce franca e slancio potriottico disse: «Generale, disponete di me». Il generale intese dalle poche parole e dagli atti come potesse aver fiducia di chi gli offriva i suoi servigi e abbracciandolo come un vecchio amico rispose «portateci al mare, e presto saremo salvi».
Brevi furono gli accordi e Serafini propose come temporaneo asilo la sua casa in S. Dalmazio, intanto che si fosse potuto provvedere alla fuga per via di maremma e accennò alla presenza del Guelfi, tutto disposto a prestare l’opera sua. In poche parole fu concertato che sull’imbrunire il Serafini sarebbe tornato per trasportare i due profughi a S. Dalmazio.
Garibaldi e Leggero restarono per alcune altre ore al Morbo nella loro camera appartata. Quali che fossero le cure da cui erano circondati da parte del Martini era inutile dirlo; bastava solo riflettere quanti ostacoli doveva superare il buon uomo per poter tenere nascostamente nella casa due individui, e provvedere ai loro bisogni di vitto, in mezzo a tante persone, alcune delle quali erano al corrente del segreto arrivo del Generale. Ma tanta era la prudenza e l’assennatezza sua, congiunta a quel mirabile sangue freddo, di cui lo avevamo già veduto capace, che tutto seppe eludere, arrivando alla sera senza che nessuno della casa pensasse di coabitare con l’Eroe temuto. Il Serafini venne alle nove di sera. Entusiasta di Garibaldi e di amor patrio, non avrebbe ceduto il suo incarico pericoloso per cosa al mondo.
Il 28 Agosto 1849, ore 9 pomeridiane, i profughi uscirono inosservati dal Bagno al Morbo e accompagnati dal Martini raggiunsero il barroccino che era a breve distanza dalla casa sulla via pubblica, nel luogo ove da questa si staccava il piccolo braccio stradale del Morbo.
Armati dal Serafini, sempre previdente, di fucili da caccia, i due salirono nel barroccino insieme a lui che con la sua abituale velocità fece in breve tempo i pochi chilometri di strada provinciale e si fermò al luogo detto «Croce del Bulera». Quivi cessava la strada rotabile per chi doveva andare a S. Dalmazio, e quivi il Serafini lasciò il suo legno presso i suoi parenti come ne era solito, non credendo prudente il richiamare l’attenzione altrui sul passaggio inusitato di un veicolo a quell’ora, e per luoghi così malagevoli. Continuarono a piedi fino al paese e, alle dieci e mezzo di sera, vi giunsero. La strada principale, che si poteva dire l’unica del paesello, era deserta e così poterono arrivare inosservati alla casa del Serafini.
Si fermarono gli ospiti al riparo di un angolo di caseggiato che si trovava in faccia all’ingresso principale, mentre il proprietario per l’altra porta entrò nella casa e li condusse nel suo salotto: Angiolo Guelfi era già giunto in casa del Serafini per concordare la continuazione del viaggio dei profughi fino al mare
Appena il Serafini presentò al Generale, Angiolo Guelfi, egli lo abbracciò con effusione. Strettisi a consiglio i due profughi insieme al Serafini e al Guelfi, tutti convennero che scopo precipuo della ricerca dovesse essere una barca atta a trasportare gli esuli sulla riviera ligure, e che di ciò si sarebbe occupato il Guelfi, partendo senza dilazione per la Maremma. Venne stabilito che il Guelfi per non destare sospetti di una gita notturna, sarebbe partito la mattina e che se avesse dovuto dar notizie di se le avrebbe fatte pervenire tramite il Sig. Girolamo Martini del Morbo, con nome convenzionale.
Così fra gli accordi e la mensa ospitale, fatta imbandire dal Serafini, arrivarono a notte avanzata e il Guelfi volle passare le poche ore che lo separavano dalla partenza, a conversare con il Grande, che così inopinatamente gli era stato avvicinato dalla fortuna. Furono queste alcune ore di amichevole colloquio che Angiolo Guelfi non avrebbe dimenticato finché fosse vissuto. Parlarono di tante cose, ma più che tutto delle presenti miserie della Patria e delle speranze future. Una volta cadde il discorso sulla possibile eventualità che il piano ideato per il salvamento fosse scoperto, il Guelfi arrestato, e il Generale, traendosi da tergo un pugnale, glielo mostrò sorridendo e gli disse: «vedete, Capitano, che non mi prenderanno mai vivo». E lo chiamò con modo familiare così, sapendolo Capitano della Guardia Nazionale di Scarlino.
Nella camera in cui si erano ritirati il Garibaldi e il Guelfi, vi erano alcuni giornali provveduti dal Serafini, che riflettendo l’indirizzo reazionario del governo granducale, non mancavano di ingiurie e di calunnie ai caduti. Garibaldi lesse fra le altre la stolta notizia di avere rapito il tesoro della Repubblica romana di dieci milioni e, dopo avere estratto dalla tasca lo stesso borsellino col quale volle pagare il mugnaio Pispola (Luigi Biagioli) del mulino di Cerbaia, lo mostrò al Guelfi e gli disse ridendo: «Capitano, ecco i miei milioni». Ma poco dopo seguì nel giornale una infame calunnia: « Il famigerato bandito Garibaldi ha ucciso con le sue mani la propria moglie, perché gli era d’inciampo nella fuga». Allora le guance dell’Eroe furono solcate dalle lacrime e disse fiere parole all’indirizzo dei suoi vili detrattori.
Angelo Guelfi si congedò dal Generale e dai familiari del Serafini e partì per Massa Marittima, prendendo a pretesto di esservi richiamato da urgenti affari.
Ecco intanto le misure di precauzione prese dal Serafini a tutela dei suoi ospiti illustri. Il paesello di S. Dalmazio distava 12 chilometri dal Morbo ed era fabbricato sull’erta pendice meridionale del poggio che aveva sulla vetta la vecchia e diruta Rocca Sillana. Segregato dal movimento commerciale per la mancanza di strade rotabili con la sua piccola popolazione intenta ai lavori agricoli, sembrava il più sicuro asilo per i proscritti, eppure la lebbra reazionaria era entrata fin là e le precauzioni prese dall’egregio Serafini non potevano dirsi mai troppe. La sua casa posta quasi alla cima del paese, aveva due altre uscite secondarie, di cui una al di sopra del paese in aperta campagna, e l’altra posteriore in una vallata deserta quasi selvaggia. Della disposizione della casa intendeva servirsi il Serafini in caso di sorpresa, e mentre aveva provveduto con abbondanza di armi alla momentanea resistenza, aveva indicata ai suoi ospiti la via che avrebbero dovuto seguire per le diverse uscite, e il punto di ritrovo se, come egli diceva, fosse rimasto vivo nella lotta. Aprì da se stesso la porta di casa al Generale ed al Leggero, e mai nei quattro giorni della loro permanenza li fece vedere ai suoi familiari ai quali, con minaccia della vita, ingiunse il più rigoroso silenzio sulla presenza di stranieri nella casa, dichiarandoli due suoi consanguinei implicati nelle ultime vicende politiche, e che voleva ad ogni costo salvare.
Per tutto il tempo che il Generale si trattenne a S. Dalmazio, trasparì dai suoi atti una sicurezza, come se i pericoli non esistessero intorno a lui. Sino alle sei della mattina, dormì tranquillamente; mangiò come al solito parcamente, fu calmo, spesso sorridente col suo ospite che procurava con ogni modo di mostrargli il suo rispetto e il suo amore. Predilesse trattenersi nella terrazza, attigua al salotto, che guardava la valletta deserta delle Carbonaie. Ivi stette fumando e leggendo per molte ore i libri messi a disposizione dal Serafini, e più degli altri lesse la vita di Vittorio Alfieri. Così passò tutto il tempo che non s’interessò a parlare con l’ospite suo. Nei loro ragionamenti entrarono spesso le speranze della liberazione della Patria. Il Serafini si mostrò preoccupato dell’esito incerto circa le pratiche iniziate da Angelo Guelfi per l’evasione dalla parte del mare, tanto che il Generale, con la sua solita serenità, gli disse: «Non vi date pensiero di me, dirigetemi al mare, e là un solo trave basta per noi due». Il giorno 30 agosto Angelo Guelfi tornò a S. Dalmazio ad annunziare a Garibaldi che tutto era pronto a Cala Martina per l’imbarco. Egli fu ricevuto con gioia dal Generale e dal Serafini. Camillo Serafini pose subito mano ai preparativi per la partenza ed ordinò che fossero sellati tre cavalli suoi, e per lungo giro, di sopra al paese, fossero impostati a meno di mezzo chilometro da S. Dalmazio, in un luogo detto la Croce della Pieve, sull’incontro delle due vie a sterro che conducevano dalla Rocca Sillana a Castelnuovo, a S. Dalmazio e a Montecastelli. Disse ai suoi uomini che egli aspettava alcuni amici cacciatori provenienti dalla parte della Rocca Sillana, che prendessero detta via coi cavalli bardati, e se non incontravano andassero a legare i cavalli al luogo indicato e poi tornassero ad avvertirlo. I suoi uomini assuefatti ad obbedire spesso a simili ordini, essendo il padrone tanto ospitale e cortese, adempiuto a quanto era stato loro comandato, non incontrando per via i pretesi cacciatori, tornarono ad annunciare al Serafini che i tre cavalli erano stati impostati alla Croce della Pieve. Tutto ciò aveva fatto il Serafini per sviare le menti dalla partenza imminente dei profughi.
La sosta dei quattro giorni a S. Dalmazio finì. Nessuna persona del piccolo paese era a conoscenza della presenza di due forestieri. Erano le ore 21 e Garibaldi, Leggero, Guelfi e Serafini scesero nella vallecola delle Carbonaie dalla piccola scala. Il Guelfi, salutati gli amici ritornò in casa ed i tre, armati di tutto punto, andarono silenziosi alla Croce della Pieve, presso l’Apparita, ove erano i cavalli pronti. A trotto serrato presero la strada di Castelnuovo, poi Mulino di Bruciano ove il Serafini li consegnò al Martini venuto là con cavalla e calessino dal Bagno al Morbo per accompagnare i due fuggiaschi al di là di Massa Marittima, alla fine della salita di Schiantapetto.
Garibaldi raggiunse poi Cala Martina presso Follonica e con una barca, proveniente dall’Elba, salpò alle ore 10 del mattino del 2 settembre 1849, diretto a Genova.
EDMONDO MAZZINGHI
“Giuseppe Garibaldi transita nel nostro territorio”, in Rievocazioni Storiche, pp. 258-264
