Era il mese di maggio dell’anno 1800. L’esercito francese valicò le Alpi: la riserva le attraversò ai passi del Moncenisio, Monginevro e del piccolo S. Bernardo, seguita dal grosso dell’armata, guidato da Napoleone Primo Console, che valicò il Gran S. Bernardo. La pianura padana fu di nuovo invasa. Le notizie che giungevano al castello di Pomarance con giorni di ritardo misero in grande trepidazione il nostro Vadorini che, da buon cronista, si sentì in dovere di annotare gli avvenimenti. Fece così sapere che al crepuscolo della sera del 6 giugno fu possibile vedere brillare di fuochi le nostre campagne. Erano i contadini che avevano dato fuoco sulle aie dei poderi; il giorno successivo anche a Pomarance furono accesi i fuochi perché si era venuti a conoscenza della «fausta» nuova della resa di Genova (4.5.1800). Anche il giorno 10 giunse un’altra fausta notizia, che fece piacere al Vadorini, ma che il giorno dopo dovette smentire. Erano i giorni dell’ingresso di Napoleone a Milano (2.6.1800) e della vittoria napoleonica a Marengo (14.6.1800).
La sera del 6 giugno del 1800 si videro fuochi in più parti. il 7 giugno, si fecero i fuochi anche qui per la fausta nuova della resa di Genova. Il 10 detto, giunse la notizia che il generale Melas avesse fatto prigioniero il generale Buonaparte. L’11 giugno invece venne smentita la suddetta notizia e si seppe invece che Buonaparte aveva ripreso Milano.
Giunsero poi altre notizie, brutte per il Vadorini, che egli non si sentì in animo di annotare. Rinacque infatti la Repubblica Cisalpina e si affermò nuovamente il dominio francese. Nell’ottobre, in violazione dell’armistizio stipulato con l’Austria, Buonaparte, col pretesto della presenza di navi inglesi nel porto di Livorno, occupò il Granducato di Toscana. Firenze fu occupata il 15 ottobre 1800 dal generale Dupont. Livorno fu occupata il giorno successivo.
In una sera piovigginosa dell’ottobre 1800 rientrò da Firenze il nostro procaccia Pietro Biondi. Ritornò in fretta portando la notizia che i francesi erano rientrati a Firenze alle ore 4. Grande fu lo sgomento. Il nostro Vadorini non poté ignorare una tale «poco fausta nuova» e suo malgrado dovette annotarla: il 15 ottobre 1800, i francesi erano rientrati in Toscana e a Firenze alle ore 4. Il 27 successivo, giunsero a Volterra 150 francesi.
La contribuzione militare
Appena giunti a Volterra e acquartieratisi, i francesi richiesero denaro a tutto il dipartimento. Dal giorno 10 al giorno 20 novembre corsero ore tristi a Pomarance e nei dintorni, come risulta dai libri dell’Archivio Comunale e dalle brevi annotazioni del Vadorini:
Il 16 novembre 1800 giunsero 44 soldati francesi, due ufficiali e un tamburino. Se ne ignorava la ragione. il giorno successivo la nostra comunità fu costretta da quella truppa a pagare subito 1600 lire. Così il 18 novembre furono portati i suddetti denari a Volterra con la scorta di otto soldati della truppa, ma il giorno successivo nuovamente venne imposta un’altra contribuzione di novemila lire che si dovette pagare immediatamente, con altre 200 lire per la truppa; e tutto il paese, nella massima desolazione, dovette svuotare gli erari di tutti e perfino quelli della Chiesa. Il 20 giugno andarono a portare i detti denari a Volterra con 4 soldati e un comandante. In quella sera si ebbe poi la fausta notizia che dovevano ritornare mille scudi e che si era ottenuta anche una diminuzione dal generale di Firenze, presso il quale si era recato a tale scopo il signor Isidoro Biondi, deputato della comunità.
E così riporta il Libro delle Deliberazioni e Partiti.
La richiesta di denaro del comando francese
Il 10 novembre. Conosciuta la necessità urgente in cui si trovava la Comunità di procurarsi denaro per far fronte alla contribuzione richiesta dal comando militare francese, fissata nella somma di lire diecimilacinquecento dal comandante di Volterra, e considerando che, per la ristrettezza del tempo entro cui tale somma era stata richiesta, risultava impossibile procedere al riparto tra i rispettivi possessori, i membri del Magistrato deliberarono che la Comunità prendesse a interesse la somma di settecento scudi per far fronte alla richiesta.
Autorizzarono quindi Giuseppe Sorbi, gonfaloniere, e Giuseppe Cercignani, priore e presidente del Magistrato, a ricevere tale somma di settecento scudi tramite il camarlingo della Comunità, come sovvenzione o prestito fruttifero dall’eccellentissimo dottor Giuseppe Maria Biondi di Pomarance. Essi furono incaricati di stipulare con lui il relativo atto nelle forme dovute, impegnando la Comunità stessa con ipoteca sui suoi capitali, fondi e rendite, per garantire la restituzione della somma e il pagamento degli interessi annuali al tasso del cinque per cento.
Furono inoltre autorizzati a compiere, per tale scopo, tutto ciò che avrebbe potuto fare il Magistrato stesso se fosse stato presente all’atto, inserendo tutte le clausole solitamente previste in negozi di questo tipo e con ogni mandato speciale e generale necessario, nel modo più conforme al diritto. La decisione fu presa con voto favorevole di sei membri e nessuno contrario. Non essendovi altro da trattare, la seduta fu sciolta.
Il giorno dopo, 11 novembre. Circa alle ore sette del mattino, si riunirono Giuseppe Sorbi, gonfaloniere, il dottor Pier Giuseppe Biondi e Giuseppe Cercignani, priori deputati dal Magistrato per trattare gli affari correnti. Fu presentata loro la lettera del cancelliere di Volterra, datata 10 novembre, con la quale si trasmetteva una comunicazione del generale comandante francese della piazza di Volterra. In essa si richiedeva che una deputazione della Comunità si recasse a Volterra per spiegare le ragioni del mancato pagamento della contribuzione militare francese attribuita alla Comunità di Monteverdi, fissata nella somma di lire diecimila cinquecento, e per versare nella cassa di Volterra l’eventuale resto della contribuzione imposta alla Comunità di Pomarance. In caso contrario si minacciava l’invio di cento soldati, con l’occupazione militare del luogo.
I presenti deliberarono di deputare, come effettivamente deputarono, Giuseppe Maria Biondi e Isidoro Biondi, affinché si recassero a Volterra in rappresentanza della Comunità per rispondere a quanto richiesto nella lettera. Essi furono incaricati di portare con sé la documentazione necessaria e ogni altro riscontro utile per trattare l’affare. La decisione fu presa con tre voti favorevoli.
Il 12 novembre, alle ore otto della sera, riflettendo che non si trovava nessuno disposto ad assumersi l’incarico di recarsi dal comandante militare di Volterra per chiedere una riduzione o una dilazione della contribuzione, e per evitare che il Magistrato fosse ritenuto personalmente responsabile presso il comandante stesso, si deliberò di procedere immediatamente al riparto della somma di lire quarantaduemila cento tra i diversi comuni appartenenti alla Comunità di Pomarance.
Fu quindi stabilito che venisse pubblicato un editto di notificazione e intimazione nei rispettivi comuni, con cui si ordinava ai contribuenti possessori di pagare la propria quota nelle mani del camarlengo della Comunità entro ventiquattro ore, secondo quanto prescritto dall’ordine del comando militare francese.
La minaccia dei cinquanta soldati
Il 16 novembre fu quindi notificato ai deputati del Magistrato l’ordine del comandante della piazza di Volterra al capitano Dameage, con il quale gli si imponeva di partire immediatamente con un distaccamento di cinquanta uomini per recarsi a Pomarance e riscuotere la somma di trentunomila lire toscane, che restava ancora da pagare per la quota di contribuzione spettante alla Comunità nell’ambito della contribuzione complessiva di settantamila franchi imposta dal luogotenente generale Dupont al dipartimento di Volterra.
Il comandante del distaccamento non avrebbe concesso alla Comunità più di ventiquattro ore di tempo per il pagamento dell’intera somma di trentunomila lire. Dopo averla riscossa, egli e il suo distaccamento sarebbero ripartiti per Volterra, portando con sé il denaro, in due termini successivi di ventiquattro ore.
Al capitano Dameage fu inoltre ordinato di mantenere tra le sue truppe il buon ordine e la più severa disciplina e di prendere tutte le misure necessarie per l’esecuzione dell’ordine ricevuto.
I deputati del Magistrato mi incaricarono quindi di inviare immediatamente comunicazioni alle altre comunità interessate: a Montecatini tramite Alessio Cercignani, a Castelnuovo tramite Cammillo Bambini e a Monteverdi tramite il reverendo Gio Carducci.
Giuseppe Sorbi, insieme a Lorenzo Bagnolesi e d’accordo con il podestà, assegnò l’alloggio ai due ufficiali francesi nella casa della Fattoria Bardini, mentre il resto della truppa fu alloggiato nelle stanze dello Spedale.
Nel pomeriggio dello stesso giorno i deputati, di concerto con il podestà, procedettero alla requisizione di sacconi, materassi, coperte e lenzuola, destinati al servizio della truppa e da trasportare nello Spedale.
Il sequestro dei Priori
Il 19 novembre 1800 si riunirono nel Magistrato comunitativo di Pomarance i priori Giuseppe Sorbi, dottor Pier Giuseppe Biondi, Giuseppe Cercignani e Anton Domenico Beltrami.
Durante la riunione il tenente del comandante francese presente a Pomarance notificò un ordine proveniente dal generale comandante di Volterra. In questo ordine si intimava che la Comunità di Pomarance dovesse versare entro 24 ore la somma di 9000 lire, quale restante parte della contribuzione richiesta.
L’ordine era accompagnato da una minaccia molto precisa: se la somma non fosse stata pagata entro il termine stabilito, non sarebbe più stata richiesta la cifra di 9000 lire, ma il doppio, cioè 18.000 lire, oltre alle spese duplicate per il mantenimento delle truppe. Inoltre veniva ordinato che dieci soldati fossero alloggiati in ciascuna delle case private dei deputati del Magistrato, ritenuti responsabili non solo del pagamento delle 9000 lire richieste alla comunità di Pomarance, ma anche delle somme dovute dalle altre comunità comprese nel dipartimento di Pomarance.
A tutto questo si aggiungeva anche la minaccia del sequestro personale dei deputati e dello stesso Beltrami.
Di fronte a questa situazione, i membri del Magistrato decisero di tentare ogni possibile mezzo per raccogliere la somma richiesta. Con voto unanime — quattro favorevoli e nessun contrario — deliberarono di prendere in prestito a interesse quattrocento scudi, oltre a qualunque altra somma che fosse possibile reperire. Per farlo si autorizzò la stipula delle necessarie scritture di prestito, impegnando formalmente la comunità e i suoi beni.
Grazie a parte del denaro ottenuto a prestito e ad altre sovvenzioni offerte da diversi privati, riuscirono infine a raccogliere la somma richiesta di 9000 lire, che venne inviata alla cassa di Volterra tramite Antonio Funaioli.
La requisizione dei cavalli
Il 5 dicembre 1800 il podestà di Pomarance informò il Magistrato che aveva ricevuto una comunicazione dalla Camera delle Comunità di Firenze, datata 26 novembre 1800, con la quale gli veniva ordinato di requisire quattro cavalli nella comunità di Pomarance.
Il podestà spiegò però che non era possibile eseguire questo ordine. Non si riusciva infatti a trovare cavalli della qualità e dell’altezza richiesta. Anche in precedenza si era tentato di reperirli tramite gli Esecutori di Giustizia, e tre cavalli ritenuti tra i più adatti erano stati mandati a Firenze, ma erano stati subito rimandati indietro perché non corrispondevano alle caratteristiche richieste.
Per questo motivo il podestà informò il Magistrato della situazione e chiese indicazioni su eventuali mezzi più efficaci o compensi adeguati per poter soddisfare la richiesta.
Il Magistrato deliberò che, nonostante le più accurate ricerche effettuate, non era possibile trovare nella comunità cavalli dell’altezza richiesta né razze capaci di produrli. Il motivo era semplice: il territorio era costituito prevalentemente da zone collinari, dove si utilizzavano abitualmente cavalli di piccola statura.
La decisione fu presa con tre voti favorevoli e nessuno contrario.
La liberazione dei Priori
Il 20 dicembre 1800 il Magistrato tornò a riunirsi e vennero letti diversi conti relativi alle spese sostenute durante la permanenza della truppa francese a Pomarance.
La prima nota riguardava le spese per razioni di viveri e altre forniture distribuite alla truppa francese composta da 50 soldati e 2 ufficiali, rimasti in paese per sei giorni, dal 16 al 21 novembre inclusi. Le forniture erano state effettuate da Lorenzo Bagnolesi, deputato incaricato dell’approvvigionamento della truppa, e la spesa ammontava a 624 lire, 13 soldi e 8 denari.
Venne poi letta una seconda nota di spese presentata da Antonio Nebbiai, relativa al vitto fornito ai due ufficiali francesi durante lo stesso periodo di sei giorni di permanenza della truppa a Pomarance. Gli ufficiali erano accompagnati da due servitori e cavalli e si trovavano in paese per ottenere il pagamento della contribuzione militare richiesta. Questa spesa ammontava a 175 lire.
Successivamente, con quattro voti favorevoli e nessun contrario, il Magistrato deliberò di stanziare 464 lire, somma che il deputato Pier Giuseppe Biondi doveva pagare ai due ufficiali francesi Doumerge e Caco, i quali erano rimasti a Pomarance con la loro truppa dal 16 al 21 novembre 1800. Questa somma era stata richiesta dagli ufficiali per revocare il sequestro imposto ai membri del Magistrato comunitativo.
Il sequestro era stato ordinato proprio per costringere il Magistrato al pagamento della contribuzione militare richiesta dal generale Dupont alla comunità di Volterra, contribuzione che era stata poi ripartita anche sulla comunità di Pomarance e sul suo dipartimento. Il Magistrato di Pomarance era stato ritenuto responsabile del pagamento non solo per la propria comunità ma anche per le altre comunità comprese nella Cancelleria di Pomarance.
Gli ufficiali avevano inoltre minacciato di alloggiare dieci soldati nella casa di ciascun membro del Magistrato fino a quando la contribuzione non fosse stata interamente pagata.
Infine il Magistrato ritenne opportuno riconoscere anche un compenso ai vari deputati incaricati delle missioni e delle trattative svolte tra Pomarance, Firenze e Volterra durante la vicenda della contribuzione militare francese e della presenza della truppa nel paese.
Con voto unanime — quattro favorevoli e nessun contrario — venne quindi stanziata la somma di 259 lire, che il camarlingo della comunità doveva pagare con i consueti mandati come riconoscimento ed emolumento ai deputati: Isidoro Biondi, Francesco Cercignani, Gio Bertini, Bartolino Bartolini, Pietro Biondi, Antonio Funaioli, Sebastiano Santi, Gio Batta Bellini, Lorenzo Bagnolesi.
