Il torrente Pavone, tributario del Cecina, nell’ultimo tratto del suo corso attraversa un territorio che ancora oggi conserva immutata la sua architettura del paesaggio formatasi e strutturatasi fra Medioevo ed Età Moderna.
La lontananza dalle grandi vie di comunicazione, l’assenza di massicci flussi turistici e, non ultimo, lo scarso appetito suscitato finora verso piani di sviluppo del tutto aleatori e sradicati dal contesto territoriale, ha permesso il mantenimento della sua struttura originaria immediatamente percepibile a chi lo osservi con occhio attento.
Un contributo importante alla bellezza che questo territorio vanta è dato sicuramente dai monumenti di primissimo ordine presenti, nonché dai borghi medievali che si posizionano sui classici siti d’altura facendo tutt’uno con i profili talvolta aspri della valle.
La Rocca di Sillano e il controllo del territorio
Il primo monumento a cui riferirsi è senz’altro la Rocca di Sillano, la cui mole è visibile da grande distanza permettendo l’identificazione anche mentale del territorio in esame. Le forme di questo fortilizio, ristrutturato dai fiorentini nella seconda metà del Quattrocento, sono il risultato di un momento importantissimo che l’architettura fortificata stava allora attraversando quando le armi da fuoco fecero la loro comparsa sempre più diffusa sui campi di battaglia, costringendo i costruttori di fortezze a cambiare drasticamente i canoni tradizionali dei loro trattati di architettura.
Non più dunque torri altissime, giganti medievali dai piedi d’argilla, dove rinchiudersi in attesa che il nemico si avvicini con le sue scale per poi offenderlo dall’alto. Su queste le prime bombarde, pur se ingombranti e pesanti da trasportare e da montare, nonché funzionalmente disastrose perché potevano anche scoppiare, avevano un effetto devastante.
Si vedano le due palle da bombarda poste sul fontanile del vicino podere Quercereccia e si intuirà come fossero oggetti veramente temibili se scagliati con forza sulle cortine murarie della Rocca e, soprattutto, sulla torre medievale posta al loro interno. Sotto l’effetto devastante dei colpi di bombarda e di colubrina si cominciò ad abbassare le mura e le torri e a terrapienarle all’interno per evitare l’eccessiva fragilità. Gli angoli vennero eliminati per far posto a smussature e i muri presero sempre più andamento obliquo ed inclinato per diminuire l’impatto del tiro orizzontale.
Ma quando le prime armi da fuoco fecero la loro comparsa sui campi di battaglia, in pochi credettero alla loro importanza e ancora meno erano quelli che potevano permettersele. Inoltre la pesantezza era un ostacolo da non sottovalutare soprattutto nelle guerre che non prevedevano l’assedio. Si può immaginare come, nel 1447, le milizie di Alfonso d’Aragona alleate con i senesi e contro i fiorentini, risalendo verso l’interno dal golfo di Follonica, incontrassero notevoli difficoltà a superare quella linea di alte colline lunga circa 45 km che cinge da SO la valle del Pavone, creando una sorta di difesa naturale con i suoi 800 metri di altitudine. Dalla sommità delle mura della Rocca da poco restaurate, la vista spazia su di un panorama amplissimo che la modesta altitudine non farebbe minimamente supporre permettendo un’acuta analisi del territorio.
Di fronte a noi, in direzione SE, il borgo di Montecastelli formatosi alla fine del XII secolo con il trasferimento in massa forzoso degli abitanti di piccoli castra circostanti quali Bucignano, Gabbro e, forse, Ripapoggioli. La netta prevalenza del materiale lapideo usato per la costruzione della torre, della chiesa e di tutte le abitazioni antiche; la tipologia insediativa a cerchi concentrici di chiara matrice medievale; la posizione del borgo appoggiato su di un cacume collinare leggermente più basso della Rocca, ne fanno una visione ricca di suggestione.
Leggermente più spostata a S, appena celata dalla macchia mediterranea che ricopre la sommità del versante occidentale della valle del Pavone, si trova la diruta pieve di San Giovanni Battista a Sillano. Nel primo 1400 le fonti la danno già degradata e adibita a granaio, “verosimilmente andata incontro ad una precoce sottrazione demica a causa della maggiore attrazione esercitata dalla vita castrense del vicino Montecastelli sulla comunità socioreligiosa”. Dell’importante edificio religioso non resta che la facciata tardo-romanica dove netta è l’influenza del romanico pisano, con le sue arcatelle cieche poggianti su mensole zoomorfe e semicolonne, suggerendo la stretta connessione con la chiesa matrice (il Duomo di Volterra). L’esame delle architetture e delle strutture di questo edificio religioso, come anche della plastica delle sue sculture, ci parla di una netta differenza rispetto agli altri edifici religiosi della stessa diocesi, quelli cioè gravitanti sulla Valdelsa. Anche sotto il profilo architettonico, come per quello sociale ed economico, emerge il contrasto tra la parte nord-occidentale del territorio volterrano1 e quella orientale e sud-orientale; più popolata e prospera l’una, aspra, dura e quasi disabitata, almeno dopo metà Trecento, l’altra.
Un solo dato su cui riflettere: nel 1429, ottant’anni dopo la terribile peste che decimò due terzi della popolazione europea, negli attuali comuni di Castelnuovo V.C., Pomarance e Monteverdi M.mo, la densità abitativa era scesa a 6-8 abitanti a chilometro quadrato. Per avere un confronto si pensi che negli stessi anni nel triangolo Firenze-Empoli-Pistoia si toccavano i 140-160 abitanti a chilometro quadrato, nel Valdarno di Sopra si oscillava fra i 50 ed i 100. Dunque, una crisi demica di notevole entità, “che ebbe un ruolo importante nelle trasformazioni di questa parte della Toscana i cui esiti si leggono nello sviluppo di alcuni capoluoghi in età moderna e contemporanea”; che fu lunghissima e si accompagnò ad un movimento di concentrazione insediativa anch’esso plurisecolare che nell’area orientale del volterrano si traduceva in polverizzazione insediativa, mentre in quella occidentale e nord-occidentale in un forte accentramento in pochi paesi.
Un territorio di confine tra potere, fede e paesaggio
Da un punto di vista paesaggistico la valle del Pavone, per chi la osserva da quella posizione privilegiata che sono le mura della Rocca, appare come un bacino idrografico con aspri profili a morfologia a tratti angusta. I rilievi che la circondano, almeno nella parte finale, sono collegati al fondovalle da ripidi pendii, talvolta franosi, che spesso ospitano corsi d’acqua assenti per la maggior parte dell’anno ma impetuosi quando incanalano le acque di una violenta pioggia.
La posizione geografica della Rocca di Sillano, ai margini settentrionali delle Colline Metallifere da una parte e dominante la media e bassa valle del Cecina dall’altra, permette ai suoi 530 metri di altitudine panorami degni di cime appenniniche.
Nelle terse giornate invernali è possibile scorrere con lo sguardo dalle Alpi Apuane a tutto il crinale appenninico alle spalle di Firenze; poi, più a SE, il varco posto fra i rilievi del Berignone e i poggi di Montecastelli e Radicandoli, concede allo sguardo una vista sul senese che si ferma al cono vulcanico dell’Amiata. Verso SO la vista è celata da quelle alte colline prima ricordate, ma a NO si può arrivare al mare livornese e all’isola di Gorgona.
Protetto dunque ma anche rinchiuso da quella linee di alte colline prima ricordate che dal Poggio di Canneto conduce al Monte Santa Croce e al Poggio di Montieri, passando dal Poggio Vado la Lepre e da Aia dei Diavoli, il bacino del Pavone si è trovato fra la fine del Medioevo e l’inizio dell’Età moderna ostacolato nei suoi collegamenti con Piombino e Grosseto.
Si veda la viabilità etrusca fra i due importanti centri di Populonia e Volterra che, sfruttando le aste fluviali del Cornia e del Milia, si avvicinava a questo spartiacque boscoso, e qui cercava faticosamente un punto di valico che rendesse più agevole l’ingresso nella valle del Pavone. Bene, di questa viabilità alla fine del Medioevo restava ben poco dopo l’abbandono sempre più frequente di borghi rurali, di castra con le relative chiese avvenuto dopo la terribile peste di metà Trecento ma, in alcuni casi, iniziato già alla fine del Duecento.
Più in generale si può dire che si era verificato una sorta di capovolgimento rispetto alla situazione del periodo etrusco-romano, quando la parte centro-meridionale della Toscana ospitava le città più ricche, più popolate e più potenti rispetto alla Toscana centro-settentrionale.
Volterra e il suo territorio si veniva connotando quindi come un punto di incontro e di passaggio di queste due vaste aree regionali. La valle del Pavone in particolare, alla fine del Medioevo, si caratterizzava per essere un territorio privo di città importanti e di quell’economia tipica ad esse collegata; con un popolamento rado a maglia insediativa larga e con uno sfruttamento della terra di tipo estensivo a cui si aggiungeva la lontananza dalle grandi vie di comunicazione.
Ostacolato quindi nei suoi collegamenti da SO, il bacino del Pavone vedeva sicuramente più facilitato il passaggio a NE, verso i centri di Mensano, Casole e l’alta Valdelsa in genere.
Del resto i confini dello stato etrusco volterrano, del municipium romano e anche quelli della giurisdizione diocesana includevano, almeno per tutto il XII secolo, tutta la Valdelsa e persino il versante sud-occidentale della Valdipesa. Questa potenziale osmosi culturale e questo possibile scambio commerciale si interruppe bruscamente dopo i secoli X-XI e non si realizzò più con continuità e con importanti risvolti economici, pur restando Firenze uno dei mercati di riferimento dell’economia volterrana.
La particolarità del territorio volterrano e delle Colline Metallifere in genere, deriva in buona parte anche da questo, oltre che dal fatto che quest’aerea collinare era già nel Medioevo dotata di estesi boschi. Questo non trova riscontro nelle altre aree collinari simili italiane, ampiamente messe a coltura già all’inizio dell’Età moderna. Sarebbe interessante evidenziare le ragioni di tutto questo e capirne i motivi ma per questo è necessario un intenso lavoro di équipe fra storici, archeologi, geografi e geologi. Una metodologia questa che ancora oggi stenta a decollare.
