Non era dato sapere con certezza quali motivi avessero spinto alcuni privati a chiedere la costruzione di un ponte sul Cecina. In quel periodo, infatti, il transito avveniva ancora prevalentemente a cavallo, e i casi in cui quella strada, che dal Poggio alle Forche scendeva fino al fiume, veniva effettivamente percorsa sembravano piuttosto limitati.

Tra le necessità più frequenti vi era anzitutto il prelievo del sale a Volterra, effettuato dai canovieri dei vari castelli sparsi nel territorio della Comunità di Pomarance e in quello di Castelnuovo. A questo si aggiungeva il ritiro della polvere da botta e da archibuso, conservata a Volterra nei magazzini del bastione sopra la Porta Fiorentina. Su quella medesima strada transitava inoltre il procaccia a cavallo, incaricato di trasportare le missive chiuse nella bolgetta, dirette talvolta a Volterra e talvolta a Firenze. Vi passavano anche i predicatori della Quadragesima e dell’Avvento, così come, nei casi più gravi, i mezzi di fortuna che trasportavano i malati e i gettatelli verso l’ospedale di Volterra.

Saltuariamente erano poi costretti a guadare il fiume anche gli Uomini di Comune, quando dovevano recarsi fuori paese per affari del Magistrato. Non sembrava dunque esistere un traffico intenso e continuo, né un vero e proprio transito regolare tale da far pensare a una grande via di comunicazione. Eppure si avvertiva ugualmente la necessità di un ponte, probabilmente anche per imitazione di quanto si vedeva in luoghi più importanti. Quando infatti il fiume era in piena, chi arrivava alla riva non aveva molte alternative: o tornava indietro, oppure era costretto ad attendere a lungo su una sponda, finché il pericolo non fosse cessato.

In questo quadro emergeva la figura del senatore Carlo Antonio Biondi di Pomarance. Vi era infatti, in quegli anni, una persona di altissimo rango che ogni anno, nel mese di settembre, tornava da lontano per trascorrere un periodo di riposo nella casa paterna di Pomarance. Si trattava appunto di Carlo Antonio Biondi, che ricopriva l’incarico di Consigliere intimo attuale dell’imperatore d’Austria Giuseppe II ed esercitava la funzione di Presidente del Supremo Consiglio di Giustizia della Lombardia. Egli era inoltre fratello e cugino di Giuseppe e Francesco Biondi, i quali si alternavano nelle responsabilità del Magistrato comunitativo di Pomarance.

Per questo motivo si riteneva plausibile che la richiesta di una così importante e necessaria opera sul Cecina fosse stata suggerita proprio da questa autorevole personalità, la quale poteva certamente esercitare una certa influenza sul governo fiorentino di Pietro Leopoldo, fratello dell’imperatore d’Austria.

Un primo riscontro concreto compariva infatti nei libri delle deliberazioni e partiti in data 24 agosto 1786, quando apparve per la prima volta un breve partito relativo alla questione. In quell’occasione fu resa nota al Magistrato una lettera dell’illustrissimo Filippo Giobert, con la quale venivano accompagnati diversi quesiti riguardanti il memoriale già presentato per la costruzione del Ponte a Cecina. Il Magistrato deliberò allora di incaricare Giuseppe Maria Biondi di rispondere a tali quesiti nella forma che egli avrebbe ritenuto più opportuna, approvando fin da subito, per quanto occorreva, le risposte che egli avrebbe formulato e disponendo che queste fossero inviate al nominato Filippo. La decisione venne presa con cinque voti favorevoli, secondo il legittimo partito del Magistrato.


Nuovi solleciti per la costruzione del ponte

La necessità di costruire un ponte sul fiume Cecina tornò a farsi sentire circa dieci anni più tardi. Nonostante le notizie poco rassicuranti che in quel periodo giungevano dalla Francia, l’Europa era infatti profondamente scossa dagli avvenimenti della Rivoluzione francese. Dopo la caduta della monarchia e la proclamazione della Repubblica nel 1792, la Francia era entrata in guerra con diverse potenze europee, tra cui l’Austria e altri stati monarchici che temevano il diffondersi delle idee rivoluzionarie anche nei loro territori. In questo clima di incertezza politica, le autorità locali decisero comunque di riprendere in esame la questione del ponte. Furono quindi incaricati i signori Biondi e Contugi, il primo per la Comunità di Pomarance e il secondo per quella di Volterra, affinché redigessero una relazione sulla necessità dell’opera e si facessero promotori della richiesta presso Sua Altezza Reale il Granduca, cercando di dimostrare l’utilità dell’intervento per il territorio e per il commercio tra le due comunità.

Nei libri delle deliberazioni, in data 18 novembre 1795, venne infatti registrata la proposta relativa alla costruzione del ponte.

In quell’occasione fu presentata al Magistrato la necessità di realizzare un ponte al passo del fiume Cecina, che costituiva il confine naturale tra la Comunità di Volterra e quella di Pomarance, riprendendo in esame una questione che era già stata in precedenza sottoposta all’attenzione di S.A.R..

Il Magistrato deliberò quindi di eleggere e deputare il dottor Giuseppe Maria Biondi e Michele Contugi, affinché, d’intesa e in collaborazione con la Comunità di Volterra, potessero predisporre le relazioni e le proposte ritenute più opportune e utili. Il loro compito era quello di evidenziare i benefici che la costruzione del ponte avrebbe apportato non solo alle due comunità direttamente interessate, ma anche alle altre comprese nel Dipartimento di Pomarance e in quello di Volterra.

Nelle relazioni che avrebbero dovuto presentare, essi avrebbero inoltre dovuto mettere in luce l’interesse dell’opera anche per le Saline appartenenti alla Comunità di Volterra, sottolineando il notabile vantaggio che il ponte avrebbe portato al pubblico commercio.

Le relazioni e le proposte formulate dai due incaricati sarebbero state poi sottoposte all’approvazione delle due Comunità interessate. La deliberazione venne approvata con cinque voti favorevoli e nessun voto contrario, secondo il legittimo partito del Magistrato. Era Gonfaloniere Anton Lorenzo Sorbi.


DIETRO AL PROGRESSO DELL’AREA GEOTERMICA

Il “notabile vantaggio” di cui si era parlato alla fine del Settecento non dovette però apparire così convincente ai contemporanei. Dopo quelle prime iniziative, infatti, la questione del ponte sul Cecina cadde lentamente nell’oblio e l’interesse per l’opera si affievolì, tanto che dovettero trascorrere più di cinquant’anni prima che la necessità tornasse ad essere avvertita con rinnovata forza.

Fu solo nel 1832 che la situazione cominciò a mutare. Lo sviluppo degli stabilimenti dei Lagoni di Montecerboli stava infatti producendo effetti visibili anche nel paese di Pomarance, provocando tra gli abitanti una sorta di risveglio economico e civile. In quel clima si tornò a discutere di miglioramenti per il centro abitato: si pensò alla costruzione di nuove strade, all’edificazione di case di abitazione e persino all’illuminazione notturna di alcuni punti delle vie più frequentate.

Proprio in questo contesto di rinnovato fermento tornò a porsi con urgenza anche la questione della costruzione del ponte sul fiume Cecina, considerata ormai un’opera necessaria per favorire i collegamenti e lo sviluppo del territorio. Nello stesso anno, inoltre, ebbe inizio anche la realizzazione dei pozzi neri, segno di una più generale attenzione verso il miglioramento delle condizioni urbane e igieniche del paese.

Il Gonfaloniere e gli altri Priori del Magistrato della Comunità di Pomarance riferirono di ricevere continuamente lamentele da parte della popolazione del paese, ma anche da parte degli abitanti dei castelli e delle comunità limitrofe. Le proteste riguardavano soprattutto la strada che da Pomarance conduceva a Volterra, unica via di comunicazione con la capitale e con le principali città del Granducato.

Durante il periodo invernale quella strada diventava infatti impraticabile e inutilizzabile, poiché mancava un ponte che attraversasse il fiume Cecina, il quale tagliava il percorso. Talvolta il fiume si gonfiava d’acqua al punto da impedire completamente il guado, almeno fino a quando le acque non si fossero quasi del tutto ritirate. Inoltre, l’azione dell’acqua che erodeva le sponde del letto del fiume finiva per rovinare continuamente il passaggio che, prima di una piena, poteva essere attraversato. Di conseguenza, i viaggiatori erano spesso costretti, con i loro carri e i loro mezzi, a compiere lunghi e scomodi giri sulla rena e nel letto del fiume per trovare un punto di attraversamento che permettesse di ricollegarsi alla strada. Nel fare ciò dovevano spesso transitare sui terreni dei proprietari confinanti, i quali reclamavano contro questa sorta di servitù variabile, che veniva loro imposta dalla necessità.

I membri del Magistrato, riuniti in adunanza, considerarono quindi che, senza la costruzione di un ponte sul Cecina, durante l’inverno la comunicazione della Comunità di Pomarance con le altre comunità vicine rimaneva molto spesso interrotta. Tale inconveniente arrecava un grave danno al commercio degli abitanti, soprattutto per quanto riguardava il trasporto del sal borace e del rame, estratti in grande quantità dalle miniere presenti e attive nel territorio.

Fu però anche riconosciuto che la spesa molto rilevante necessaria per la costruzione di un simile ponte era assolutamente superiore alle possibilità economiche della Comunità, già gravata da numerosi altri oneri.

Dopo ulteriori considerazioni e rilievi, e a seguito di un lungo e maturo colloquio, fu deliberato di incaricare il Gonfaloniere di rivolgere una supplica all’innata bontà e clemenza dell’Augustissimo Sovrano, affinché si degnasse di assicurare una comunicazione stabile tra le città, le terre e i castelli situati al di qua del fiume Cecina e il resto del Granducato, facendo costruire un ponte nel luogo detto passo di Pomarance.

Il Gonfaloniere venne inoltre incaricato di presentare tale supplica di concerto con i Gonfalonieri delle altre comunità interessate, esponendo tutte le considerazioni ritenute opportune. Doveva tuttavia anche precisare che la Comunità di Pomarance era ancora meno in grado di contribuire alle spese dell’opera, poiché, una volta costruito il ponte, sarebbe stato indispensabile realizzare circa tre miglia di nuova strada che collegassero il ponte richiesto con la strada già esistente.

La deliberazione fu quindi approvata con cinque voti favorevoli, nessun contrario e con il Gonfaloniere non votante, essendo egli stesso l’incaricato di eseguire quanto stabilito.


AL PONTE INFINE CI DOVETTE PENSARE DE LARDEREL

Dal manoscritto di Domenico Cioni del Sasso si apprende che nel 1835 venne finalmente costruito un ponte sul fiume Cecina.

Il Granduca Leopoldo II concesse il proprio benestare alla tanto necessaria e auspicata costruzione dell’opera e determinò, con sua regia volontà, di affidarne la realizzazione al nobile cavaliere Francesco Larderel, il quale accettò volentieri il comando ricevuto dal sovrano.

Il manoscritto proseguiva poi con una sezione intitolata:

«Trattato dal sistema che ha tenuto l’illustrissimo signor cavaliere F. Larderel nel costruire il suo nominato ponte».

Secondo quanto riferiva Cioni, la prima iniziativa del cavaliere Larderel fu quella di recarsi in Francia, dove si avvalse della collaborazione di un famoso ingegnere e di altri manifattori esperti nella lavorazione del ferro e del legname, che egli condusse poi in Toscana per la realizzazione dell’opera.

Condotto l’ingegnere sul luogo destinato alla costruzione del ponte, egli iniziò a cercare una cava di pietra adatta ai lavori. Questa venne individuata nel luogo detto Poggio di Scornello, sopra un ruscello chiamato la Zambra, distante circa due miglia dal sito del ponte. La cava risultò particolarmente ricca e adatta alla realizzazione di un’opera di tale importanza.

Non appena si seppe che il conduttore del ponte era il nobile cavaliere Larderel, accorsero lavoratori da molte parti. In pochi giorni si presentò un numero di concorrenti non inferiore a duecento persone, desiderose di essere impiegate nei lavori.

Il cavaliere Larderel convocò allora i responsabili incaricati di dirigere i lavori e ordinò con fermezza che gli operai fossero esaminati per verificarne le capacità, assegnando poi ciascuno al proprio incarico con attenzione e correttezza. Stabilì inoltre che il lavoro fosse organizzato con ordine e che gli operai venissero pagati regolarmente settimana per settimana per le loro fatiche. I lavori furono iniziati il 18 marzo 1834 e terminarono il 18 giugno 1835.

Il ponte, lungo 75 metri comprese le spallette terminali e situato nello stesso punto di quello attuale, venne realizzato in un’unica campata di circa 50 metri. Questa era sostenuta da due sistemi multipli di catene, ancorati a otto grandi pilastri in muratura.

Le catene erano a loro volta collegate al piano stradale, che era costruito con travi di legno ricoperte di terra e aveva una larghezza di circa 3 metri, tramite due serie di tiranti in ferro. Questo sistema conferiva al ponte una notevole compattezza e solidità. Su uno dei pilastri venne inoltre collocata una lapide commemorativa, che oggi è conservata nel Museo di Larderello, insieme a un modellino in scala del ponte sospeso.

Tra i vari componimenti poetici scritti da Domenico Cioni, veniva ricordato anche un sonetto di applausi per il ponte sul fiume Cecina, nel quale venivano celebrati sia il sovrano sia il cavaliere Larderel per l’opera realizzata. Nel sonetto si esaltava la fama e l’onore del cavaliere, accresciuti dalla grazia regia e dalle sue celebri imprese. Si sottolineava come egli, con il proprio ingegno, con l’arte e con le proprie risorse, avesse sostenuto con valore l’impegno della costruzione. E che ogni viaggiatore, fermandosi ad osservare il grande e magnifico ponte, non poteva fare a meno di ammirarne la grandezza e la meraviglia, e di esprimere nel proprio cuore una benedizione sia per il benigno sovrano sia per colui che aveva diretto la realizzazione di un’opera tanto grandiosa:

In alto vola la fama e il grand’onore
del nobil Cavaliere Larderel;
cresce di regia grazia il grande amore
per le prodezze sue famose e belle.

È facoltoso allo stato il suo splendore,
con più ragione da persuaderle;
in forza di danaro, arte e ingegno
ha sostenuto il valoroso impegno.

Qualunque passeggiere riposo piglia
per osservare il gran famoso ponte,
la gran magnificenza e maraviglia.

E chi sarà che non dirà di cuore:
sia benedetto il benigno sovrano
e di tal manifenza il conduttore.


DI VITA BREVE, DISTRUTTO DA UNA PIENA

Il ponte di catene durò precisamente dodici anni. Una piena del fiume Cecina, verificatasi nel mese di settembre del 1847, provocò il crollo del tanto agognato ponte sospeso.

Il 25 ottobre venne presa in esame una richiesta indirizzata a Sua Altezza Reale per la ricostruzione del ponte sul Cecina. In quell’occasione fu letta l’istanza presentata da diversi abitanti di Pomarance, i quali deploravano la caduta del ponte sospeso sul fiume Cecina, avvenuta nella notte tra il 6 e il 7 settembre dello stesso anno. Con tale richiesta gli abitanti domandavano che il Magistrato della Comunità si facesse interprete presso il Real Governo dei gravi danni che tutta la popolazione della Val di Cecina veniva a subire a causa di questo incidente, sollecitando quindi l’intervento delle autorità per provvedere alla ricostruzione del ponte.

L’anno successivoo, nel 1848, segnato in Europa e anche in Italia da forti fermenti e sussulti democratici, Pomarance continuò a espandersi con nuove costruzioni in città. In questo contesto di crescita del paese, il Magistrato comunitativo fu chiamato a pronunciarsi sulla modalità con cui dovesse essere ricostruito il ponte sul fiume Cecina, ormai divenuto un’opera di grande importanza per lo sviluppo economico dell’alta Val di Cecina.

La questione principale riguardava la forma che avrebbe dovuto assumere la nuova costruzione. Il 16 marzo 1848 venne letta e comunicata dal Cancelliere l’ufficiale della Regia Camera di Pisa, datata 3 marzo, relativa alla ricostruzione del ponte sul fiume Cecina, situato lungo la strada provinciale massetana detta del Cerro Bucato. All’interno di questa “Officiale” era stato disposto che la ricostruzione del ponte avvenisse a carico delle Comunità interessate. In giunta osservarono innanzitutto che anche le Comunità di Massa Marittima e di Grosseto traevano vantaggio dal transito lungo la Strada Provinciale Massetana, che attraversava il territorio di Pomarance. Infatti, con il ponte interrotto, tali comunità erano costrette a percorrere la via più lunga dell’Emilia per raggiungere le loro destinazioni. E alla luce di queste considerazioni deliberarono quindi di essere pronti a contribuire con la quota che sarebbe spettata alla Comunità di Pomarance per la ricostruzione del ponte sul fiume Cecina, precisando che tale contributo sarebbe stato pagato secondo le capacità amministrative della Comunità stessa.

Allo stesso tempo chiesero che alla spesa fossero chiamate a partecipare non soltanto le Comunità comprese nel circondario attraversato dal tratto di strada su cui sorgeva il ponte da ricostruire, ma anche tutte le altre Comunità che, in generale, traevano beneficio dal sicuro attraversamento del fiume Cecina.

Nel frattempo il Magistrato espresse anche le più sentite grazie a Sua Altezza Serenissima Reale, l’amatissimo Sovrano Leopoldo II, per aver dichiarato che la Reale Azienda del Sale avrebbe contribuito alla spesa con un congruo contributo.

In ogni caso era urgente muoversi, perchè le difficoltà per le vetture e i vian­danti continuavano ed il 22 aprile 1848 due passeggeri rischiarono di affogare a causa di una piena.

Così, il 6 maggio 1848, la Magistratura fu richiamata da Sua Eccellenza a pronunciarsi su quale dei due progetti proposti intendesse adottare: se la ricostruzione del ponte in materiale oppure la realizzazione di un ponte sospeso in ferro. Dopo la discussione, il Magistrato deliberò che il ponte dovesse essere ricostruito nello stesso luogo in cui si trovava quello crollato, e che la nuova struttura dovesse essere del tipo dei ponti sospesi con catene di ferro. I membri del Magistrato confermarono tale progetto anche perché confidavano che il signor Cavaliere Conte De Larderel potesse, nella peggiore delle ipotesi, assumere nuovamente la costruzione dell’opera con una spesa stimata in centomila lire.


PONTE DI FERRO O DI MURATURA? ANNOSO DILEMMA

Tra approvare e fare c’è di mezzo… il fiume. E infatti quattro anni dopo, la politica si ritrovava ancora a discutere sulla maniera in cui dovesse essere ricostruito il ponte sul fiume Cecina: se in ferro sospeso oppure in muratura ad archi. O meglio, se ricostruire il ponte sospeso con catene di ferro nello stesso luogo e secondo lo stesso sistema del precedente, con una spesa preventiva di lire 115.750,95, o realizzare un ponte completamente nuovo a tre arcate, da costruire presso il podere Cerreto, di fronte alle Vecchie Saline di San Lorenzo, con una spesa prevista di lire 196.471,69. I progetti furono presentati dall’ispettore delle Acque e delle Stra­de del Compartimento Fiorentino, Sig. Maurizio Zannetti, ma le spese previste erano comunque notevoli e, per il momento, si preferì continuare a progettare e a discutere.

Nel 25 agosto 1852 il Consiglio prese visione dell’articolo 52, lettera A, della legge del 20 novembre 1849, secondo il quale i Consigli comunali potevano esprimere deliberazioni sui progetti di opere da eseguirsi a spese del Comune oppure con il suo concorso. In tali disquisizioni si considerò che alla spesa per la ricostruzione del ponte, tra le varie comunità interessate, avrebbe dovuto contribuire anche la Comunità di Pomarance, amministrata dallo stesso Consiglio.

Si rilevò inoltre che la ricostruzione del ponte sulla Cecina, essendo fondamentale per le comunicazioni della provincia, doveva offrire una stabilità permanente. Pertanto, sebbene a prima vista potesse sembrare conveniente, per risparmiare, ricostruire il ponte in ferro utilizzando il materiale ancora esistente, sarebbe stato comunque necessario valutare se il minor costo di un ponte sospeso fosse realmente preferibile alla maggiore spesa richiesta per la costruzione di un ponte in pietra. Quest’ultimo, infatti, avrebbe garantito maggiore stabilità rispetto al ponte sospeso, che risultava invece più instabile e richiedeva continua manutenzione e spese considerevoli, mentre il ponte in muratura avrebbe comportato costi di manutenzione molto più ridotti.

Per queste ragioni il Consiglio ritenne opportuno che il ponte venisse costruito, per quanto possibile, nel modo più stabile. Pertanto si decise di rivolgere una richiesta al Prefetto, pregandolo di incaricare l’Ingegnere di Distretto e l’Ingegnere Capo del Compartimento di effettuare gli studi necessari per stabilire quale fosse la spesa occorrente per costruire, nel luogo indicato, un ponte in muratura, valutando al tempo stesso la possibilità di realizzarlo con la necessaria economia.

Passò quasi un anno e il 2 luglio 1853 giunse una “Officiale” della Prefettura di Pisa, con la quale il Consiglio Comunale veniva richiamato a esprimere una deliberazione per approvare il nuovo progetto di ricostruzione del ponte crollato. Venne trasmessa la perizia redatta dall’ingegnere capo Ridolfo Castinelli, relativa alla ricostruzione del ponte a catene di ferro crollato sul fiume Cecina, situato nel punto attraversato dalla Strada Provinciale Massetana. Con la stessa comunicazione i membri del Consiglio venivano invitati a esprimere la loro deliberazione in merito.

Dalla relazione risultava che la ricostruzione del ponte secondo il sistema originario, e nello stesso luogo del precedente, utilizzando la vecchia fiancata sulla sponda destra del fiume e recuperando i ferri e gli altri materiali raccolti dopo il crollo, avrebbe comportato una spesa complessiva di lire 58.000.

Il Consiglio rilevò che, ricostruendo il ponte con catene di ferro, non solo si sarebbe ristabilito in modo sicuro e permanente l’attraversamento del fiume Cecina, ma si sarebbe anche sostenuta una spesa molto inferiore rispetto a quella necessaria per costruire un ponte in muratura.

Si osservò inoltre che non poteva sussistere alcun dubbio sull’utilità e sul vantaggio che tutte le amministrazioni pubbliche, già partecipi della prima costruzione del ponte, avrebbero nuovamente tratto dalla sua ricostruzione. Di conseguenza, dividendo tra tali amministrazioni la somma prevista di 58.000 lire, secondo quanto stabilito dall’articolo 2 della venerabile legge del 21 agosto 1843, la quota spettante alla Comunità di Pomarance sarebbe risultata comunque inferiore a quella sostenuta per la prima costruzione.

Dopo le dovute deliberazioni, il Consiglio approvò, per quanto di propria competenza, il progetto redatto dall’ingegnere capo cavaliere Ridolfo Castelletti, già compilato il 27 gennaio dello stesso anno, e stabilì che la Comunità di Pomarance contribuisse alla ricostruzione del ponte secondo le modalità indicate.

Allo stesso tempo, considerata la limitata disponibilità finanziaria della Comunità e al fine di evitare un eccessivo aumento dell’imposta annuale, il Consiglio chiese aiuto al Governo. I membri del Consiglio si dichiararono fiduciosi che tale richiesta sarebbe stata accolta, considerando la grande utilità che la ricostruzione del ponte avrebbe portato anche alla Imperiale e Regia Amministrazione delle Saline, soprattutto per il trasporto della legna, che in gran parte sarebbe transitata sul ponte progettato.


IL PONTE VIENE RICOSTRUITO SOSPESO IN FERRO

Giunse finalmente la tanto sospirata approvazione con la quale venne autorizzata la ricostruzione del ponte sul fiume Cecina. Per sette anni, dall’anno del suo crollo, infatti, i barrocci che trasportavano il borace da Larderello a Livorno e la legna dai boschi di Berignone verso Saline avevano continuato a guadare il fiume, affrontando non poche difficoltà.

Il 3 aprile 1854 venne letta l’ufficiale della Prefettura del Compartimento Pisano, datata 28 gennaio dello stesso anno, con la quale si rendeva noto che Sua Altezza Imperiale e Reale, con veneratissimo rescritto comunicato dal Ministero dell’Interno tramite dispaccio del 28 gennaio, si era degnata di approvare la ricostruzione del ponte di ferro sul fiume Cecina.

Con lo stesso provvedimento veniva inoltre stabilito che la spesa complessiva, prevista in 58.000 lire, fosse sostenuta per un terzo dal Regio Erario e per i restanti due terzi dalle comunità appartenenti alla seconda e alla terza sezione della strada provinciale Massetana.

Le comunità interessate erano Volterra, Montecatini Val di Cecina, Pomarance e Castelnuovo Val di Cecina, le quali vennero autorizzate a contrarre un mutuo per ottenere la somma necessaria a coprire la loro parte di spesa. Tale contributo sarebbe stato poi ripartito in rate annuali, proporzionate alle entrate di ciascuna comunità.


LO SMANTELLAMENTO PER UN PONTE DI CEMENTO

Il ponte di ferro sospeso rimase in servizio fino al maggio del 1922, quando, a causa dell’evoluzione tecnica dei mezzi di trasporto, non fu più ritenuto adeguato alle nuove esigenze della viabilità.

Nel frattempo si era infatti passati dai barrocci trainati dai cavalli alle automobili e ai camion, mezzi molto più pesanti e ingombranti rispetto ai carri tradizionali. Le caratteristiche costruttive del ponte, progettato per sostenere carichi molto più leggeri, non erano più idonee a garantire la sicurezza del passaggio.

Per questo motivo si decise di demolire la struttura e di sostituirla con un nuovo ponte in cemento, più solido e adatto al traffico moderno.

La demolizione del ponte sospeso avvenne il 25 maggio 1922, ottantasette anni dopo la sua costruzione.

A cura di MARCO LORETELLI
NOTE BIBLIOGRAFICHE
E. MAZZINGHI, “Il Ponte a Cecina”, in Rievocazioni Storiche, pp. 173, 174, 183, 243, 244, 246, 252, 256, 269, 271
ARCHIVIO STORICO COMUNA­LE – Deliberazioni e Partiti della Comunità di Pomarance – Filze 127, 129, 137, 141, 148, 150.
BIBLIOTECA MUSEO DELLA GEOTERMIA LARDERELLO – Trattati di Domenico Cioni 1785- 1835.
R. NASINI – I soffioni e i lagoni della Toscana e la industria boracifera – Ed. 1930