Nell’Italia dell’Ottocento il commercio del vino era sottoposto a un sistema di controlli fiscali e amministrativi piuttosto articolato. Dopo l’Unità nazionale, lo Stato italiano mantenne molte delle pratiche fiscali preunitarie, riorganizzandole nel sistema dei dazi di consumo, cioè imposte indirette applicate ai beni introdotti nei centri abitati e destinati alla vendita al minuto¹.
Il vino era uno dei prodotti più frequentemente soggetti a tassazione. La prima disciplina organica del sistema fu stabilita con la legge 20 marzo 1865 n. 2248, che regolava l’ordinamento amministrativo del nuovo Stato e confermava ai comuni la possibilità di imporre dazi sui generi di largo consumo². Il vino rientrava tra i prodotti tipicamente colpiti da questo tributo, insieme a pane, carne, olio e farine.
Il sistema era organizzato dalla legge sui dazi comunali del 30 dicembre 1864 n. 1938, che stabiliva il quadro fiscale entro cui i comuni potevano applicare imposte sui beni che entravano nel territorio urbano³. Il meccanismo prevedeva che le merci destinate al consumo fossero registrate ai posti daziari, situati agli accessi delle città o dei paesi. Qui gli incaricati del comune verificavano la quantità della merce e riscuotevano l’imposta dovuta.
Questo sistema rappresentava una delle principali fonti di entrata per le amministrazioni locali. In molte città italiane, specialmente nei centri medio-piccoli, i dazi di consumo costituivano una quota rilevante del bilancio comunale, tanto da essere difesi con particolare rigore dalle autorità amministrative⁴.
Parallelamente alla tassazione, la vendita di vino era soggetta a licenze di mescita e vendita rilasciate dai comuni. Le osterie, le bettole e le rivendite di vino dovevano essere autorizzate e registrate presso l’autorità municipale, che stabiliva anche eventuali limitazioni di orario e di numero delle licenze disponibili. Questo regime amministrativo era regolato dalle norme sulla polizia municipale e sull’ordine pubblico, che affidavano ai comuni il controllo delle attività considerate sensibili, tra cui la vendita di alcolici⁵.
Nel corso degli anni Ottanta dell’Ottocento il sistema dei dazi fu nuovamente riformato. Con la legge 30 luglio 1888 n. 5514 lo Stato cercò di uniformare e razionalizzare la disciplina dei dazi comunali, stabilendo criteri più chiari per la riscossione e per la classificazione dei prodotti soggetti a imposta⁶. Anche in questo nuovo quadro normativo il vino rimase uno dei beni più tassati, a causa della sua ampia diffusione nei consumi popolari.
Nonostante la regolamentazione, la pratica quotidiana nelle campagne e nei piccoli centri si discostava spesso dalle norme. Il vino era un prodotto facilmente reperibile, e veniva spesso venduto o condiviso in modo informale. In questo contesto nacquero forme associative spontanee, talvolta tollerate e talvolta contestate dalle autorità locali; tra queste le cosiddette Società del Fiasco.
Una delibera del Comune di Pomarance, conservato nell’archivio comunale, fanno menzione di presunte Società del Fiasco:
Lì 18 Giugno 1896
Si dà lettura di un ricorso avanzato da parecchi esercenti il commercio del vino e liquori in Pomarance i quali denunciano come in paese esistano alcune società dette del Fiasco, le quali consumano e distribuiscano al minuto perfino ai non soci.
Erano gruppi di uomini che si riunivano in una stanza, di solito la sera, alla luce di un lampione a petrolio e intorno al tavolino giocavano a carte trangugiando ogni poco un bicchiere di vino. Nelle famiglie il vino era una bevanda rara e gli uomini che avevano lavorato tutto il giorno si permettevano questo lusso a 30 centesimi il fiasco7.
Quante ce ne fossero non si sa, ma fenomeni analoghi sono attestati anche nel villaggio operaio di Larderello; ad esempio, la documentazione storica ricorda la nascita nel 1885 di due associazioni tra gli abitanti: la Società del Fiasco e la Società del Sole, forme embrionali di aggregazione popolare legate alla vita quotidiana degli operai boraciferi8.
In teoria queste compagnie potevano essere considerate semplici associazioni conviviali. Tuttavia il loro funzionamento entrava facilmente in conflitto con la normativa fiscale vigente. Il problema nasceva quando il vino acquistato dalla società non veniva consumato esclusivamente dai soci ma venduto o distribuito anche ai non associati, trasformando di fatto la compagnia in una piccola rivendita non autorizzata9.
Questo comportamento provocava inevitabilmente il risentimento degli esercenti regolari. Gli osti e i commercianti di vino erano obbligati a pagare dazi, licenze e altre imposte comunali; le società del fiasco, invece, potevano aggirare almeno in parte questi obblighi, offrendo vino a prezzi più bassi e sottraendo clientela alle osterie.
Nel caso di Pomarance le lamentele pervennero al Comune da questi esercenti che denunciavano il fatto non lecito, per cui gli Amministratori erano costretti a richiamare queste Società al rispetto delle disposizioni vigenti in materia.
Un altro episodio emblematico, per avvalorare il fenomeno che non era unico, ma dall’esito opposto, è documentato anche nella non troppo lontana Castelnuovo della Misericordia, in quel di Rosignano Marittimo, quando un oste presentò un ricorso al Comune lamentando la perdita di clienti a causa della nascita di una “società detta del fiasco” che contava oltre ottanta iscritti10. Singolare fu una di queste domande, scritta in data 20 luglio 1910 e indirizzata all’esame del Sindaco e della Giunta, che fu respinta senza mezzi termini:
“Il sottoscritto Franchi Domenico del fu Badamisto, esercente in Castelnuovo, fa istanza perché gli venga diminuita la tassa del dazio e consumo, per le seguenti ragioni: 1) Perché la vendita in questo esercizio è diminuita già da un anno, tanto che nell’esercizio dal sottoscritto condotto non vi è adeguato introito. 2) Perché in Castelnuovo è sorta da qualche mese una ‘società del fiasco’, che conta 80 e più iscritti, molti dei quali più non frequentano l’esercizio predetto. In tale stato di cose, spera di essere esaudito e ringrazia anticipatamente le SS.LL., obbligatissimo”.
A nota, scritta di pugno dal Sindaco: “Respingere”.
Queste testimonianze mostrano come le società del fiasco rappresentassero una forma di sociabilità in qualche modo diffusa nelle comunità tra Ottocento e primo Novecento. Esse erano spazi informali di incontro e di svago dopo il lavoro, e si possono trovare omonimie sia in Toscana, come a Siena nel rione di Camollia11 (nell’archivio della Contrada dell’Istrice c’è anche una foto), come fuori regione12. Ma proprio la loro collocazione ambigua tra convivialità privata e vendita pubblica di vino finivano spesso per mettersi in contrasto con il sistema fiscale e con gli interessi economici degli esercenti autorizzati.
