Monastero di Santa Caterina delle Ruote
Fondazione e atto di origine
Il Monastero di Santa Caterina delle Ruote ebbe origine nella metà del Trecento attraverso un atto notarile redatto nella Pieve di San Giovanni in Radicondoli da Duccio Camucci. Alla redazione dell’atto erano presenti come testimoni il prete Niccolò, rettore della Chiesa di San Niccolò alla Marcigliana, e il prete Bernardo, rettore dell’altare di Santa Caterina, entrambi originari di Radicondoli.
L’istituzione fu resa possibile grazie alle lettere patenti concesse dal vescovo Ranuccio Allegretti, che autorizzarono l’esecuzione dell’istrumento redatto dal notaio Taviano Chelini di Volterra, scriba del Venerabile Padre.
L’atto venne stilato nella sala adiacente alla Cappella nuova dell’Episcopio, alla presenza di Ser Francesco Mini e Checco Lapirini. Questo documento rappresenta il momento fondativo del monastero e sancisce il passaggio da una realtà assistenziale a una vera istituzione religiosa, inserita pienamente nel sistema ecclesiastico del territorio volterrano.
Dall’ospedale al monastero
La nascita della clausura
L’istrumento conteneva le autorizzazioni concesse dal vescovo Ranuccio a Don Fostello Nardi di Casole, pievano di Radicondoli, uomo descritto come discreto, laborioso e saggio. A lui fu affidato il compito di valutare la trasformazione dell’Ospedale di Santa Caterina d’Alessandria in un monastero di clausura, secondo la richiesta avanzata da sette donne religiose che già operavano nella struttura offrendo assistenza e accoglienza.
Le donne coinvolte erano Nera Conti, Niccola Iannuzzi, Petronilla, Lucia, Donna Core, Bartolomea e Amata. Dopo aver verificato la loro volontà e ottenuto il consenso necessario, Don Fostello, con l’autorità episcopale, decretò la costituzione del monastero secondo la Regola di Sant’Agostino, sotto l’invocazione di Santa Caterina Vergine e Martire, includendo tutte le pertinenze e i diritti connessi alla nuova istituzione. Un passaggio segnò una trasformazione profonda del luogo, che da spazio assistenziale divenne centro di vita religiosa stabile e organizzata.
Riconferma e sviluppo
Continuità e crescita del monastero
A seguito di un incendio che causò la perdita dell’atto originario e la morte dei testimoni e del notaio, il vescovo Filippo Belforti, successore di Ranuccio, intervenne per rinnovare ufficialmente l’istituzione del monastero.
Dopo una visita canonica condotta dal parroco di San Ottaviano, oltre il fiume Era, egli confermò l’esistenza della struttura e ne sancì nuovamente i diritti. L’atto comprendeva la chiesa, l’altare, il campanile, il cimitero e tutte le strutture necessarie alla vita monastica. Venne inoltre confermata l’abbadessa legittimamente eletta e concessa la facoltà di scegliere un cappellano idoneo.
Il monastero si integrò pienamente nella vita del castello di Radicondoli, prosperando grazie al numero crescente di monache, ai beni materiali, al lavoro quotidiano e alla spiritualità. La sua fama si diffuse anche oltre i confini locali, attirando vocazioni provenienti da Spagna, Avignone, Firenze e da altre località.
Soppressione napoleonica
Dispersione e ritorno
Nel corso dei secoli il monastero dovette affrontare numerose difficoltà, tra cui guerre e soppressioni. Una delle più significative avvenne durante il periodo napoleonico, quando gli ordini religiosi furono colpiti da provvedimenti di chiusura.
Anche il monastero di Radicondoli fu soppresso e le monache furono costrette ad abbandonare la loro dimora, disperdendosi in diversi luoghi. Tuttavia, grazie al decreto di Monsignor Giuseppe Gaetano Incontri, emanato in seguito al Concordato tra Ferdinando II di Toscana e Papa Pio VII, le religiose poterono essere riunite e reinsediate nel monastero sotto la giurisdizione vescovile.
Fu inoltre imposto loro l’obbligo di aprire una scuola per le ragazze povere, destinata all’istruzione e alla formazione. In questo modo, la vita claustrale poté riprendere, affiancando alla preghiera anche un’importante funzione sociale ed educativa, contribuendo nuovamente alla vita del territorio.
Soppressione post-unitaria
Crisi e solidarietà
Una seconda soppressione avvenne con l’Unità d’Italia, quando i nuovi governi, per ragioni principalmente economiche, decisero di chiudere monasteri e istituzioni religiose, considerati ormai un peso per le finanze dello Stato.
Le monache di Santa Caterina, allora ventuno corali e sette converse, furono costrette a lasciare nuovamente il convento, interrompendo bruscamente una continuità di vita comunitaria che si era mantenuta per secoli. L’abbandono non fu solo materiale, ma anche simbolico: con esso si spezzava un equilibrio tra spiritualità, lavoro e presenza nel territorio che aveva caratterizzato il monastero fino a quel momento.
Alcune trovarono accoglienza presso il confessore Eliseo Bocciardi, che mise a disposizione, con grande generosità, i locali della foresteria nonostante le difficoltà personali e le limitate risorse di cui disponeva. In questi spazi le religiose continuarono a vivere e a mantenere, per quanto possibile, le attività religiose e educative, adattandosi a una condizione precaria ma sostenuta da una forte coesione comunitaria e da un profondo spirito di sacrificio. Anche lontane dal monastero, cercarono di conservare la propria identità e la disciplina della vita claustrale, trasformando una situazione di necessità in un’occasione di resistenza silenziosa, fatta di fede, adattamento e continuità.
Ritorno e ricostruzione
Recupero del monastero
Dopo alcuni anni e grazie a complessi accordi, le monache riuscirono a rientrare nel monastero, seppur ridotto rispetto alla sua estensione originaria. Alcune parti dell’edificio erano state cedute al Fondo Culto e successivamente al Comune o a privati.
Il proposto dell’epoca aveva trasferito arredi sacri, mobili e porzioni della struttura, ma attraverso un accordo privato stipulato da Filomena Vittori e Anna Brogi, le religiose riuscirono a riottenere parte dei beni.
Fu redatto un inventario e stabilito l’obbligo di conservarli senza responsabilità per il proposto in caso di deterioramento. Alle monache fu concesso anche l’accesso al coretto e agli spazi annessi alla chiesa per partecipare alle funzioni. Infine, riuscirono a riacquistare il monastero messo all’asta, tornando a vivere pienamente la vita claustrale senza ulteriori impedimenti e recuperando una parte fondamentale della loro identità.
Il monastero oggi
Tra accoglienza e abbandono
Oggi il Monastero di Santa Caterina delle Ruote ha conosciuto nuove destinazioni d’uso che ne hanno ampliato il ruolo nella società. Nel tempo ha ospitato un orfanotrofio, corsi di lavoro manuale, scuole magistrali e persino un liceo linguistico. Attualmente una parte della struttura è ancora abitata dalle religiose e destinata alla Foresteria, spazio accogliente aperto a chi cerca un luogo di ritiro spirituale, studio o formazione culturale e religiosa.
Questo ambiente, ben attrezzato, rappresenta una continuità viva dello spirito originario del monastero. Tuttavia, una parte consistente del complesso risulta oggi abbandonata, testimoniando le difficoltà di conservazione di un patrimonio storico così vasto. Il monastero resta così un luogo diviso tra presenza e silenzio, tra attività e memoria, capace ancora di raccontare secoli di storia religiosa e umana nel cuore di Radicondoli.