Il 12 giugno 1866 la Prussia ruppe le relazioni diplomatiche con l’Austria e l’Italia consegnò la dichiarazione di guerra all’Arciduca Alberto d’Asburgo, comandante delle forze austriache nel Veneto.

Il 21 giugno il comando supremo fu assunto da Re Vittorio Emanuele II che, lasciando in carrozza Palazzo Pitti per recarsi al fronte, raccomandò lo Stato a Bettino Ricasoli.

Il generale La Marmora, capo di stato maggiore, comandava dodici divisioni e il generale Cialdini otto, mentre un corpo di volontari, in ruolo subalterno, era comandato da Garibaldi. Erano questi 38.000 uomini tra cui nostri pomarancini: Ferruccio Biondi ed Enrico Biondi, nati nel 1848: in gran parte erano senza divisa e armati di vecchi archibugi a pietra focaia. Al corpo volontario era stato assegnato, dal generale La Marmora, il Trentino come obiettivo.

Ferruccio Biondi Santi (il primo seduto a sinistra), Enrico Biondi (l’ultimo in piedi a destra)

In tutto erano 260.000 uomini che si preparavano ad affrontare 160.000 austriaci. La Marmora con le dodici divisioni si schierò sul Mincio e Cialdini con le otto divisioni sul Po.

Il 25 giugno ebbero inizio le ostilità; La Marmora prese l’iniziativa e mise due divisioni a guardia di Peschiera e quattro a guardia di Mantova e con il rimanente, il giorno dopo, si trovò alle prese con il nemico che si era concentrato sulle posizioni di Custoza. Si svolse una serie di scontri fra reparti privi di collegamento; gli austriaci ebbero 1.200 morti, circa 600 gli italiani. Gli italiani si ritirarono e ripassarono in disordine il Mincio mentre La Marmora credette di aver perso la battaglia, ma poi si fermò sull’Oglio.

Cialdini invece non si mosse, anzi fece ripiegare su Modena le sue divisioni intatte. I due generali, che non andavano d’accordo, invece di passare al contrattacco iniziarono tra loro una guerra di rapporti e memoriali; uno diede la colpa all’altro esagerando la sconfitta.

Solo Garibaldi riportò successi. Dovette combattere con la migliore truppa alpina austriaca, con aspri combattimenti all’arma bianca riuscendo a strappare importanti posizioni come il Monte Suello e il ponte di Caffaro e stava per sboccare sulla strada per Trento quando ricevette un telegramma di La Marmora che annunziò «l’irreparabile sconfitta».

Erano i giorni di Sadowa ove l’Austria venne battuta dalla Prussia.

Il giornale «La Lombardia» scrisse:

11 luglio 1866 — Dal campo dei volontari.
I nostri hanno attaccato gli austriaci che si avvicinano al Caffaro. I cannoni di Monte Suello hanno aiutato mirabilmente l’attacco dei nostri. Gli austriaci si sono ritirati in fuga. Si vedono i garibaldini marciare avanti.

E l’agenzia Stefani dal campo dei volontari Storo scrisse il 19 luglio 1866:

19 luglio 1866 — Il forte di Ampola si arrese senza condizioni, in conseguenza delle operazioni dei giorni scorsi e dell’occupazione di Condrino e val di Ledro. L’attacco della nostra artiglieria fu vigorosissimo. Il nemico si difese accanitamente.

Mentre l’Austria chiese la mediazione di Napoleone III e ordinò all’Arciduca Alberto di ritirarsi verso l’Isonzo, il Re Vittorio Emanuele II decise di affidare al generale Cialdini l’inseguimento del nemico per rialzare il prestigio della bandiera, mentre la flotta doveva tentare la rivincita sul mare.

Nel frattempo Garibaldi, che era l’unico a onorare la bandiera, ferito a una coscia e costretto a seguire le operazioni in carrozza, il 21 luglio batté gli austriaci in un difficile scontro a Bezzecca e le sue avanguardie furono a 10 Km da Trento, quando il 9 agosto, alle ore sei antimeridiane, gli pervenne un telegramma di La Marmora che gli ingiunse di ritirarsi. Garibaldi ebbe la tentazione di disobbedire allo spregiatore dei suoi volontari, ma poi non ebbe altra scelta e rispose «obbedisco».

La pace fu firmata a Vienna il 3 ottobre con la mortificante clausola della consegna del Veneto a Napoleone perché a sua volta lo cedesse all’Italia.

I due cugini Biondi, Ferruccio (di Jacopo Biondi e Caterina Santi) e Enrico (di Pietro Biondi e Diomira Vadorini) ritornarono alle loro case. Nessuno dei giovani del Comune che avevano preso parte alle campagne militari combattute era rimasto ucciso sul campo. Pertanto il 29 dicembre 1866 il sindaco trasmise all’Ufficio competente i congedi illimitati dei volontari del Comune, consegnando ai militari i congedi definitivi ricevuti.

EDMONDO MAZZINGHI
“Pomarancini alla Terza Guerra d’Indipendenza”, in Rievocazioni Storiche, pp. 308