La roverella di fronte alla chiesa

L’ultimo custode della pieve

Davanti alla pieve di Sillano di Pomarance cresce una roverella di circa centocinquant’anni. Il tronco, contorto e segnato dal tempo, sembra essersi piegato a lungo sotto il vento della valle, favorendo piuttosto un lato che l’altro. I rami si aprono in una trama irregolare, quasi nervosa, e la chioma ampia domina il piccolo rialzo di terra su cui l’albero affonda le radici, proprio di fronte alle mura antiche della pieve.

Chi arriva fin qui difficilmente può evitare di cogliere il dialogo che si crea tra queste due presenze. Da una parte la chiesa, costruzione umana che da secoli tenta di ordinare il mondo attraverso simboli, riti e significati; dall’altra l’albero, che nel suo mutismo esiste e cresce seguendo soltanto la logica della vita, del tempo e delle stagioni.

La loro vicinanza crea una tensione quieta, quasi metafisica, come se due modi opposti di leggere il mondo si osservassero da secoli. Naturalmente è una suggestione perchè se la roverella supera appena il secolo e mezzo, la pieve riposa qui da oltre sei. Eppure, nella misura delle cose, entrambe sono sulla terra da molto più tempo di noi, e basta questo a spingere l’immaginazione oltre i fatti. È facile allora pensare che, prima delle mura sacre, questo luogo fosse già segnato dalla presenza degli alberi e che proprio attorno a una quercia si raccogliessero credenze, gesti e riti legati alla natura.

Pagana, stregata

Un confronto tra il terreno e la fede

Col passare degli anni l’albero e la pieve sono diventati amici inseparabili. La quercia segna il ritmo delle stagioni e accompagna il lento mutare delle rovine, offrendo ombra, riparo e un naturale punto di riferimento visivo lungo gli antichi percorsi. In primavera la chioma si riempie di foglie e restituisce vitalità al complesso, accentuando il contrasto tra la pietra consumata e la vita che continuamente ritorna. È come se l’albero ricordasse che il tempo non è solo perdita, ma anche trasformazione.

Così questo luogo assume un carattere particolare, quasi intimo. Allo stesso tempo un sito archeologico e uno spazio di contemplazione dove natura e storia si intrecciano.

La roverella, con il suo aspetto quasi stregato, continua a vegliare sulle mura della pieve, custodendo un equilibrio fragile tra sacro cristiano e suggestione pagana, tra memoria del bosco e architettura dell’uomo. In questo incontro silenzioso si riconosce ancora oggi l’anima profonda del paesaggio della Val di Cecina.

Una delle chiese-madri più importanti del territorio

Pieve di San Giovanni a Sillano

La Pieve di San Giovanni a Sillano senza dubbio una delle più importanti chiese-madri del territorio, in occasione del sinodo Belforti del Trecento risultava accreditata di ben altre nove chiese e la sua origine viene collegata al sorgere della diocesi di Volterra.

La sua demolizione sembra sia stata decretata, per ragioni economiche, dal Granduca di Toscana, forse dopo la metà del Settecento, insieme alle chiese di Santo Stefano e di San Marco, entrambe di Volterra. Pertanto il titolo e i privilegi della Pieve di San Giovanni a Sillano furono inizialmente ereditati dalla chiesa allora esistente nella Rocca, poi dall’Oratorio di Quercetello ed infine dalla chiesa di San Bartolomeo a Lanciaia.

E’ evidente che questa Pieve subì un consistente scempio, perché tanto suo materiale servì per fabbricare le vicine case coloniche. Ora è da augurarsi che tutto ciò non debba ripetersi e che i lavori intrapresi, oltre a restaurare quanto è possibile, servano a consolidare e quindi proteggere da qualsiasi altro danno, di qualsivoglia natura, resti di un così interessante monumento.

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