Nel Catasto (la tassazione del 1429-30 imposta da Firenze ai proprietari del dominio) sono segnati anche i comuni e i castelli volterrani: fra questi Pomarance, o Ripomerancio, come era detto allora, uno dei più popolosi e organizzati. Notizie curiose appaiono assieme alle descrizioni degli immobili del paese: ad esempio, quella di una chiesa di San Macario esistente in loco.

La scritta è riportata nello spazio dedicato agli Incarichi (= obblighi o spese fisse) del Comune che pagava le provvigioni agli ufficiali pubblici in carica sei mesi. Erano i 9 consiglieri particolari, i 21 del consiglio generale, il camarlingo, i «sindaci, provveditori, viai, portinai e ufficiali», gli addetti alle pesature del grano, gli esattori delle imposte e il messo e banditore. Due altre spese erano costituite dalla carta per scrivere e da una lampada «si tiene accesa nel palazzo». In fondo all’elenco, poi, la curiosità: «Da(n)no l’an(n)o a san Giovanni la loro pieve e san Macharo lire 26».

La pieve era quella di san Giovanni Battista, documentata nel Medioevo e ancora oggi esistente. San Macario invece era il titolo di una chiesetta sconosciuta che non ho trovato nei testi su Pomarance.

Posso pertanto fare solo delle ipotesi.

Una è questa: la presenza tra le spese del Comune può indicare il santo come il patrono dello stesso ente, mentre la pieve era a servizio di tutto il popolo.

La seconda ipotesi lo collega ai luoghi con un nome uguale in Toscana: il più noto San Macario si trova vicino Lucca sulla antica via Francigena; altri sono ricordati ad esempio nella Val di Serchio pisana, trasformato oggi in Macadio, a Figline nel Valdarno sull’itinerario aretino e a Torrita di Siena in Valdichiana, «teatro di battaglie», secondo la presentazione del paese in internet.

Le chiese dedicate a San Macario insomma sembrano essere state vincolate a vie e a luoghi strategici. È facile verificarlo anche per Pomarance, prossimo alle strade interne toscane che andavano a Roma e a Siena e forte castello «alle porte» di Volterra.

Un influsso lucchese nello stabilirsi del culto sembra ugualmente verosimile. Se ci fu, dovette avvenire al tempo del regno longobardo (VI-VIII secolo), quando il ducato di Lucca ebbe potere nei territori vicini delle Colline Pisane e di Maremma. Con gli insediamenti barbari fu portata anche la devozione, che era di origine «egiziana», giunta in Italia grazie all’impegno di sacerdoti e monaci tesi all’evangelizzazione delle popolazioni straniere o pagane.

L’Egitto era stato un luogo di gran santità. Gli eremiti compagni e figli spirituali di Sant’Antonio abate († 356) avevano dimorato a lungo nella Tebaide. Tra questi figurava proprio San Macario, anacoreta del IV secolo, festeggiato un tempo il due gennaio. Un accenno alla sua agiografia.

San Macario fu detto «il Giovane», per distinguerlo da «il Vecchio», anche se le storie si intrecciano. Venditore di frutta e dolciumi (e per questo patrono dei pasticceri), lasciò il commercio per ritirarsi nel deserto dove si cibò di radici selvatiche e pan secco. Trascorse gran parte della vita alle Celle e mostrò sempre un grande sentimento cristiano.

Piero Bargellini (Mille Santi del giorno) lo tratteggiò in un aneddoto: «… è significativo l’episodio del cestello d’uva ricevuto in dono da San Macario. Egli lo inviò ad un altro monaco che era malato. Questi pensò di donarlo ad un eremita più vecchio. Il vecchio lo passò ad un giovane, e così via. L’appetitoso cestello d’uva fresca girò così per le celle di tutti i solitari, e tornò intatto in quella di San Macario, senza che nessun monaco avesse infranto l’astinenza o dimenticato la carità».

PAOLA IRCANI MENICHINI, PAOLA IRCANI MENICHINI
“San Macario a Pomarance”, in manoscritti.altervista.org, a. 2019, 5 aprile