A partire dalla fase conclusiva del Bronzo finale, è ormai un dato assodato nella letteratura archeologica che i grandi centri, che diverranno le città etrusche del primo millennio a.C., promossero e assieme subirono un processo di rivoluzione territoriale senza eguali nel panorama dell’Italia protostorica.
L’emergere delle entità proto-urbane agli albori del Primo Ferro comportò il riassetto profondo degli equilibri geo-politici della fine del secondo millennio, portando a compimento e al contempo superando quel processo, iniziato nella fase matura del Bronzo medio (BM3), di progressiva selezione e accentramento su luoghi naturalmente difesi degli insediamenti.
Con la nascita della città della dodecapoli tra X e IX secolo a.C. l’intero territorio è depopolato in concomitanza del fenomeno sinecistico proto-urbano per poi essere progressivamente rioccupato nel corso dell’VIII secolo a.C. su spinta delle nuove città a trazione aristocratica.
Specialmente gli ultimi dieci anni di scavi e studi sulla città e sul territorio di Volterra hanno pienamente dimostrato come anche Velathri prenda parte alla rivoluzione proto-urbana e anzi, ne hanno sottolineato a pieno titolo il ruolo di modello fondamentale nel panorama dell’Etruria settentrionale tirrenica2.
Come noto, il territorio che attualmente ricade nei confini amministrativi di Radicondoli rientra pienamente all’interno del territorio dell’antica Volterra, a controllo del fondamentale corridoio orientale e meridionale costituito dalla Val d’Elsa³, che, aggirando la Val di Cornia e Populonia, garantiva la più importante via di penetrazione volterrana verso il distretto metallifero sotto il controllo di Vetulonia (a sud oltre il fiume Farma e il massiccio del Sasso Forte) e al contempo favoriva i contatti, a sud ovest, con il corridoio dell’Ombrone, naturale frontiera sotto il controllo di Chiusi4.
Se si guarda al ruolo di Radicondoli come frontiera tra distretti geografici, politici e culturali distinti (che permane suggellato nel tempo con la ‘frontiera’ senese verso il distretto pisano) a cavallo tra l’alta Val di Cecina e l’alta Val d’Elsa, si osserva nell’evoluzione del popolamento ai margini delle trasformazioni urbane la piena partecipazione del territorio a sconvolgimenti e riassetti di questo lembo d’Etruria.
È merito di Valeria Acconcia aver ormai dieci anni fa offerto la prima sintesi d’insieme sul territorio senese in età etrusca e in particolare sulle dinamiche di popolamento tra Volterra e Chiusi nel primo millennio a.C.5. Il quadro in quella sede rappresentato per il territorio di Radicondoli si basava principalmente sulla monografia di Costanza Cucini6, che ancora oggi costituisce l’ossatura per qualunque analisi archeologica del distretto, ma che arricchita da riletture di vecchi scavi e nuovi sondaggi stratigrafici degli ultimi anni, può offrire nuovi spunti per la comprensione del ruolo dell’area nello scacchiere dei primi secoli dell’età del ferro.
Il potenziale archeologico del distretto è ancora largamente inesplorato, se si considera che nella gran parte dei casi i dati su cui la narrazione archeologica si basa sono prevalentemente esito di ricognizioni superficiali (peraltro limitate a transetti e non sull’intero territorio comunale), talora di lettura di foto aeree, e che molto raramente sono stati seguiti da indagini di scavo, che sarebbero invece auspicabili.
Nel Primo Ferro il territorio di Radicondoli è completamente muto7. L’assenza di dati villanoviani non stupisce perché rientra nel processo di genesi sinecistica operata da Volterra che sul finire del Bronzo finale attrasse con forza centripeta i piccoli nuclei fortificati dell’età del bronzo sul pianoro proto-urbano.
È importante sottolineare che l’assenza di dati dal territorio non significa affatto che il distretto di tramuti in una no man’s land. Al contrario, dimostra l’effettiva spartizione politica tra le proto-città stato degli inizi del primo millennio a.C.
I siti proto-urbani come Volterra per la loro sussistenza ebbero bisogno da subito di un complesso sistema economico di approvvigionamento e gestione delle risorse, nell’ambito di traffici lungo le direttrici principali che dovevano essere già dall’inizio molto vivaci.
In questo quadro la Val di Cecina è certamente l’asse portante, di un paesaggio la cui vocazione geotermica svolgeva certamente un attrattore fondamentale.
L’assenza di dati diviene dunque conferma della ‘capacità di tenuta’ delle prime città, dove non vi è spazio per reminiscenze e attardamenti dei piccoli siti dell’età del bronzo.
In questo quadro si deve a Giacomo Baldini, sulla scorta dell’intuizione già di Giovanni Colonna, l’aver riconosciuto un documento fondamentale per l’VIII secolo a.C. dal territorio di Radicondoli.
Mi riferisco al pettorale bronzeo⁸ proveniente da una sepoltura a fossa maschile scavata a Podere Certaldo (e non da Certaldo nella provincia di Firenze come a lungo ritenuto), in una posizione cruciale del corridoio di altipiano costituito dal Fiume Feccia, vicino all’attuale confine amministrativo del comune di Chiusdino.
La presenza di questo pettorale in una sepoltura singola, probabilmente da un nucleo di più sepolture, dimostra qui come altrove il processo di rioccupazione del territorio da parte delle aristocrazie volterrane condotto nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., a controllo delle principali vie naturali di collegamento tra distretti diversi.
È una società in cui emerge la figura dell’armato, nel controllo e possesso dell’agro9.
Al medesimo orizzonte cronologico e secondo la stessa necessità di rioccupazione di luoghi chiave nel paesaggio – pur nell’assenza di dati certi a riguardo – potrebbe essere ascritto il sito rinvenuto a Pianacce, nell’Alta Val di Cecina, dove sono state riconosciute alcune capanne10.
Nel corso del VII secolo a.C. il potere di Volterra viene consolidandosi anche mediante l’emanazione di siti satellite e di una capillare gestione del territorio, e così a Radicondoli nell’Orientalizzante recente si data ad esempio il piccolo sito riconosciuto in ricognizione a Podere Nuovo11. Il quadro dell’arcaismo è invece certamente più ricco e conferma la conclusa rioccupazione del territorio, in particolare con l’impianto di piccoli nuclei rurali, come quelli riconosciuti in ricognizione a Mulino Vecchio delle Galleraie12, Podere Materno13, Podere Gatteresi14, e Podere Madonna a Olli15. Piccole aree sepolcrali sono state identificate lungo la viabilità principale a Podere Colombaione¹⁶ e a Podere La Ripa¹⁷.
Un ruolo fondamentale in questa fase, che contribuisce a definire il carattere di frontiera del territorio di Radicondoli in età etrusca, è desunto anche dalla presenza di numerosi siti fortificati.
Si deve a Costanza Cucini la scoperta di molti di questi siti. All’età tardo-arcaica potrebbero essere preliminarmente datati il sito di Podere Marsiliana / Poggio Bellavista¹⁸ e de Il Palazzo¹⁹, mentre ad un orizzonte leggermente più antico potrebbe essere ricondotto il sito con doppia cinta muraria di Podere Mollerata20.
Alcuni di questi siti fortificati, in funzione di oppida si sviluppano invece tra IV e III secolo a.C., come nel caso di Poggio Scapernata21.
Il territorio di Radicondoli si fa dunque frontiera in analogia con quanto documentato, ad esempio, nel contermine territorio di confine di Chiusi22.
In questa brevissima sintesi dei dati noti colpisce certamente l’assenza apparente di dati nelle prossimità dei due centri principali di età medievale di Radicondoli e Belforte23, che a fronte di una favorevole posizione strategica di controllo del paesaggio circostante, non hanno ad oggi restituito dati puntuali circa un’occupazione in età etrusca24.
In questa prospettiva un piccolo sondaggio di scavo effettuato dalla Soprintendenza nel 2019 presso Podere Tesoro25 potrebbe contribuire a offrire nuovi dati sul comparto che nei secoli diverrà il ‘centro’ del distretto. Podere Tesoro è collocato a quota 287m s.l.m., immediatamente a nord rispetto all’altura di Radicondoli, e occupa una piccola collina al centro della valle, in un rapporto di intervisibilità diretto con tutto il paesaggio circostante.
Già Ranuccio Bianchi Bandinelli, nella sua Carta Archeologica, aveva riportato la notizia del rinvenimento nel corso dell’Ottocento di una tomba a camera con oreficerie etrusche presso questa località²⁶. D’altronde il dato toponomastico suggeriva la presenza archeologica, in analogia con quanto documentato altrove nella provincia di Siena27: basti citare il caso di Piano del Tesoro su cui sorge la residenza aristocratica di Poggio Civitate a Murlo28.
I materiali di oreficerie etrusche rinvenuti nell’Ottocento però erano stati dispersi già prima della Carta Archeologica e non è possibile ascrivere con precisione la tomba ad un orizzonte cronologico di età arcaica o ellenistica.
Nel corso dei lavori di restauro presso il Podere del 2019, in corrispondenza dell’approfondimento al di sotto dei pavimenti alla base di quello che appare essere il nucleo più antico del complesso monumentale – una torre quadrangolare di età altomedievale – è stato intaccato, e conseguentemente scavato stratigraficamente, un deposito archeologico di età tardo orientalizzante e arcaica, dove sono stati rinvenuti i resti di due individui (testimoniati da due crani e vari altri frammenti ossei, tra cui parte di bacini e femori29) assieme a due olle di impasto rosso30, in tipi comuni inquadrabili tra la fine del VII e gran parte del VI secolo a.C.
In particolare, è stata documentata una sequenza di strati con materiale osteologico e ceramico fortemente compromesso e alloggiato in una stretta fossa dai margini irregolari, ricavata nel banco roccioso.
La natura del materiale tradisce la natura di deposizione secondaria; in via del tutto ipotetica possiamo immaginare che con lo sconvolgimento operato durante la costruzione del nucleo alto medievale potrebbe essere stata intaccata la medesima necropoli di età etrusca testimoniata dalla nota tomba a camera, dove potremmo – rimanendo nel piano delle suggestioni – localizzare l’originaria deposizione dei materiali.
La posizione emergente nel paesaggio di Podere Tesoro, assieme alla memoria identitaria della comunità di rinvenimenti archeologici nell’area, potrebbero meritare una nuova stagione di indagini volte non solo a chiarire l’eventuale estensione del nucleo sepolcrale31 – se sopravvissuto in parte – ma soprattutto il ruolo di questa porzione settentrionale del distretto di Radicondoli.
In questa prospettiva assume un ruolo importante anche la rilettura del Libro di Ricordi di Giovambattista da Radicondoli³², che narra le scoperte di sepolture etrusche dal territorio nel 1504, anch’essa una pagina dell’archeologia del territorio di Radicondoli da rileggere.