Siamo nel 1856 (24 maggio) e nell’Adunanza capitolare si parla del 1855, anno in cui la Comunità di Radicondoli rimase affatto immune dal pestilenziale morbo asiatico, che in tutta la Toscana mieté vittime e desolò la città, le terre e le campagne. Miracolo, non miracolo? Ciascuno può tenere il proprio parere.
Nel 1631 invece un altro morbo pestifero distrusse quasi tutta la popolazione, non risparmiando né il Proposto Domenico Giganti, né quattro sacerdoti secolari. Ininvestigabili i giudizi di Dio, che tutto regge con peso e misura!
Ma tornando al primitivo discorso, il 30 settembre del detto anno, furono rese solenni grazie alla beatissima Immacolata Vergine Maria SS.ma della Mercede, Avvocata e Patrona di questa Terra, la cui miracolosa Immagine era stata per un mese intero invocata e venerata con straordinario culto e devozione nella Chiesa Collegiata.
Il popolo commosso e riconoscente con adunanza straordinaria deliberò in quel giorno e solennemente pubblicò davanti all’Immagine della sua Avvocata un “Dono Votivo” a perpetua memoria e in perpetuo dichiarò “votivo” quel giorno, “per cui debba esservi Messa solenne coll’intervento della Magistratura e delle Autorità notabili della popolazione”.
Approvato dal Superiore Governo fu creata una Deputazione per raccogliere le offerte.
Tale Deputazione, composta dai Signori Niccolò Conte Mariscotti Rettore dell’Opera, Giovacchino Noferi, Giuseppe Bizzarrini, Angelo Palazzuoli, Agostino Mastacchi di Paese e da Gaetano Pettorali, Pietro Bimbi, Pietro Paradisi, Giovanni e Filippo Carli di Campagna, operò concordemente e in profondità e per facilitare a tutti le offerte in denaro o in generi, fissò un triennio per soddisfare in tre rate uguali la somma a cui ciascuno si sarebbe obbligato.
Il Capitolo, onorato nella lodevole disposizione “onde avesse il suo pieno effetto” dalla conferma, in quanto occorreva, del Vicario Capitolare di Volterra L.M. Paoletti in data sette luglio 1856, offrì L. 300, da pagarsi a carico della Mensa capitolare nel corso di tre anni in tre rate uguali.
Il Proposto singolarmente si obbligò a pagare nelle mani del Camarlingo un’annua rata di L. 20 “precise” per formare colle L. 80 degli altri capitolari la rata annuale di L. 100.
Non trovo la somma totale raccolta, solo appare dalle Carte che il Dono votivo ebbe un valore esuberante di un quinto l’incasso delle offerte votive e che il di più della spesa fu supplito dall’Opera.
Ed ecco la descrizione del Dono:
- a) un piviale
- b) una pianeta
- c) due dalmatiche tonicelle1 in lama d’oro buono a onda, con finimenti di gallone d’argento finissimo di Lione, con frange, nappe e altri finimenti d’argento similmente finissimo, con gli stemmi inquadrati del Paese e dell’Opera cesellati in argento coppella.
L’Opera si guadagnò lo stemma per aver supplito “all’esuberanza della spesa di fronte all’incasso”.
Il Parato, sebbene consegnato all’Opera solo in custodia per disponibilità di conservazione, doveva in realtà rimanere di proprietà del Popolo e per esso dell’Oratorio di Maria SS.ma della Mercede ed essere adoperato per servizio del Culto nelle seguenti Solennità: Pasqua di Resurrezione, Festa quinquennale di Maria SS.ma della Mercede e del SS.mo Crocifisso, Corpus Domini, La Natività di N.S.G.C.
E il 24 dicembre 1859 la Deputazione, che con merito e onore aveva portato a termine il suo incaico, si sciolse.
Non rimangono, come era previsto, né quadro nominale degli offerenti né l’esatto, pubblico rendiconto dell’incasso né altri trionfalismi, come si direbbe oggi; rimane solo il Parato Bello, segno di fede, simbolo di amor, pegno di devozione verso la Madonna della Mercede, Avvocata nostra.