Anqua

La collina dei Pannocchieschi d’Elci

I pini e la stazza della grande casa padronale annunciano la collina di Anqua già da lontano. L’ingresso alla tenuta è segnato da un’imponente epigrafe posta sotto lo stemma della casata dei Pannocchieschi d’Elci: l’aquila bicipite coronata accompagnata da una coppia di pannocchie, simbolo araldico che ricorda la fondazione della villa alla fine del Cinquecento. Superato il cancello, il paesaggio si apre su un giardino che conserva ancora il disegno originario della tenuta.

Sopra i bassi labirinti di bosco si erge un gigantesco leccio plurisecolare, piantato probabilmente per celebrare la nascita della dimora e della famiglia che qui stabilì la propria residenza. L’albero domina la valle come una sentinella immobile, unico testimone della grandezza passata e della lenta decadenza che nei secoli ha segnato il borgo.

Oggi Anqua è un luogo quasi sospeso nel tempo; vi abitano appena sei residenti e restano soltanto frammenti di storia disseminati tra gli edifici. Il grande pozzo monumentale, il cortile in mattoni, le murature che alternano sottili laterizi e pietra raccontano un passato di prestigio. Accanto alla villa, una piccola chiesa contribuisce ad accentuare la sensazione di vetustà che avvolge l’intero complesso.

La villa di Anqua

Un palazzo urbano nel cuore della campagna

Nel corso dei secoli la villa di Anqua ha attraversato numerosi passaggi di proprietà e trasformazioni che ne hanno modificato l’assetto originario. Oggi la residenza è privata, ma il giardino e l’architettura esterna della villa e della chiesa consentono ancora di intuire la dimensione monumentale della tenuta.

La villa rappresenta uno degli esempi più significativi dell’architettura rinascimentale nel territorio di Radicondoli e testimonia la presenza e l’influenza della famiglia Pannocchieschi d’Elci in queste campagne. Tuttavia il complesso, insieme al piccolo borgo che lo circonda, ha conosciuto nel tempo un progressivo abbandono. Molti edifici mostrano oggi i segni del degrado e della mancanza di interventi conservativi adeguati. Restauri mirati sarebbero necessari per preservare un patrimonio architettonico e storico di grande valore, capace di raccontare la storia di questo territorio e delle famiglie che lo hanno abitato.

Nonostante le condizioni attuali, la villa continua a conservare un fascino particolare: quello delle dimore antiche che resistono nel paesaggio rurale come tracce di un passato aristocratico, silenziosamente integrate nella natura che le circonda.

La residenza dei Pannocchieschi

Architettura della tenuta

La struttura architettonica della tenuta di Anqua si sviluppa attorno a un grande cortile e comprende la casa padronale e numerosi edifici minori legati alle attività agricole. Lo scrittore anglo-fiorentino Harold Acton descrisse la villa come “un palazzo romano trasportato in un umile borgo”, sottolineando come l’edificio segua più i canoni di una dimora urbana che quelli di una residenza rurale.

La pianta rettangolare e il caratteristico colore rosso della muratura conferiscono alla struttura un aspetto compatto e monumentale. L’edificio è composto da due nuclei distinti: il corpo principale cinquecentesco, con trentasei stanze, e l’ampliamento settecentesco che aggiunse dodici nuovi ambienti. Sul retro si aprono un portico e una loggia centrali, mentre davanti alla villa si estende il giardino storico, impreziosito da lecci secolari.

Il giardino è diviso in due parti da un pergolato sorretto da pilastri di mattoni e delimitato da siepi di bosso potate in forme geometriche, secondo un disegno che richiama l’ordine e l’eleganza delle residenze aristocratiche rinascimentali.

Origini della villa

Il progetto e i segni della casata

Secondo una tradizione diffusa, la villa sarebbe stata progettata dall’architetto senese Baldassarre Peruzzi nella metà del Cinquecento. Studi più recenti hanno però escluso questa attribuzione, poiché la costruzione dell’edificio sarebbe successiva alla sua attività. Un’epigrafe posta sulla facciata principale, sotto lo stemma comitale dei Pannocchieschi d’Elci, ricorda che la villa fu edificata per volontà di Marcello di Tommaso Pannocchieschi d’Elci.

Le iniziali del conte sono ancora oggi visibili su diversi elementi architettonici della tenuta: sui portali della villa, sull’ingresso della sala da pranzo, sulla porta della chiesa e sugli architravi delle finestre che si affacciano sul prospetto principale. Questi segni araldici, disseminati sull’edificio, testimoniano la volontà della famiglia di imprimere la propria presenza nel paesaggio e di trasformare Anqua in una residenza di rappresentanza capace di affermare il prestigio della casata nel territorio di Radicondoli.

Una presenza che non è solo architettonica, ma simbolica, pensata per durare nel tempo e per rendere riconoscibile l’identità della famiglia. Ancora oggi, osservando questi dettagli, si percepisce il legame profondo tra la villa, il territorio e la volontà di chi la fece costruire.

Gli interni della villa

Ambienti e memoria del Seicento

La facciata della villa è realizzata in mattoni e pietra e presenta tre ordini di finestre incorniciate da eleganti elementi in travertino. L’edificio si affaccia su un ampio cortile pavimentato in mattoni al centro del quale si trova un grande pozzo monumentale che reca incisa la data 1789.

Secondo una tradizione orale, il pozzo sarebbe stato trasportato dal castello di Pietra, anch’esso appartenente ai Pannocchieschi d’Elci, dal conte Emanuello che possedeva la villa nella seconda metà del Settecento. Gli angoli della facciata sono decorati con conci di travertino disposti a bugnato, mentre i prospetti laterali risultano più semplici e funzionali.

All’interno l’edificio ha subito poche modifiche nel corso dei secoli e conserva ancora l’impianto seicentesco. Nell’ampio vestibolo è visibile un affresco che raffigura le antiche proprietà dei Pannocchieschi, mentre al primo piano si trovano le cucine con il grande focolare. Ai livelli superiori si aprono i saloni con travi a vista e una galleria voltata che conduce alle camere. Il secondo piano era destinato alle soffitte e ai magazzini per la conservazione dei prodotti agricoli.

La chiesa dei Santi Rufo e Bartolomeo

Il luogo sacro della tenuta

Accanto alla villa sorge la chiesa dei Santi Rufo e Bartolomeo, edificio che affonda le proprie origini nel Cinquecento ma che poggia sulle fondamenta di un luogo di culto molto più antico. Documenti provenienti dalla diocesi di Volterra attestano infatti l’esistenza nel Duecento di una chiesa dedicata a San Bartolomeo.

Attorno a questo edificio religioso si sviluppò una piccola comunità rurale che prosperò grazie ai rapporti con il vicino castello d’Elci. La distruzione del castello da parte della Repubblica di Siena nel Trecento segnò però il declino di quell’insediamento. Due secoli più tardi la vecchia chiesa, ormai in rovina, fu completamente ricostruita nel momento in cui l’area venne trasformata in una grande tenuta agricola legata alla nuova villa.

L’edificio attuale presenta una facciata semplice ma elegante con portale in pietra sormontato da un rosone. L’interno è costituito da un’unica aula coperta da soffitto a cassettoni. Al centro si trova l’altare maggiore in marmo sul quale è collocata una pala raffigurante San Bartolomeo, testimonianza della continuità del culto che per secoli ha accompagnato la storia della tenuta di Anqua.

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