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Artigiani

Un maestro alabastraio fuori dal centro storico

Se parliamo di alabastro, la prima associazione che nasce spontanea è quella con la città di Volterra, famosa soprattutto per i suoi artigiani, che sapientemente lavorano questa pietra dai colori più diversi. Qui le botteghe, imbiancate dalla polvere finissima che l’alabastro gessoso produce quando è lavorato e scolpito con raspe, scuffini e ferri a sciabola, hanno un’origine antichissima. La loro struttura e organizzazione, nel corso dei secoli, è rimasta fondamentalmente immutata, mentre la produzione degli oggetti ha attraversato fasi diverse: dai manufatti di arte sacra, come tabernacoli ed acquasantiere ad oggetti più comuni come vasi, scatole, tabacchiere, cornici o posaceneri.

Fino agli anni Sessanta del secolo scorso la maggior parte delle botteghe si trovava nel centro storico. Successivamente avvenne una forte emigrazione verso le periferie, insediando grandi capannoni, laboratori decisamente più spaziosi e meno costosi negli affitti. Agglomerati industriali si svilupparono a San Quirico, a San Lazzero e a Santo Stefano, dove in quest’ultimo risiede anche Omero Cerone, maestro tornitore.

La figura dell’alabastraio

Ricordi e aneddoti di alcuni personaggi volterrani

Quella dell’alabastraio era una bottega che si riconosceva a distanza per la soffice incrostazione di polvere bianca sul muro esterno; la porta d’ingresso era mantenuta generalmente chiusa da un ritaglio di alabastro che scorreva appeso a due carrucole; la finestra invece stava costantemente aperta ed era facile affacciarsi da fuori per guardare dentro o per parlare con gli alabastrai che lavoravano. Uno scenario sempre più raro, al giorno d’oggi.

Di queste botteghe però ne sono rimaste poche da quando è arrivato il motore a fare anche più polvere. Oggi le cose sono un po’ cambiate per l’evoluzione dei tempi. Nuovi locali, più spaziosi, più moderni, più igienici sono stati creati alla periferia della città, ma poche sono le figure caratteristiche di vecchi alabastrai che sopravvivono.

Tuttavia il ricordo ancora fresco ce li rende ancora brillanti ed il raccontino che segue mette in evidenza il carattere e lo spirito dell’Alabastraio nei periodi d’oro.

> Scopri, Alabastrai Buontemponi

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Un maestro alabastraio fuori dal centro storico

Se parliamo di alabastro, la prima associazione che nasce spontanea è quella con la città di Volterra, famosa soprattutto per i suoi artigiani, che sapientemente lavorano questa pietra dai colori più diversi. Qui le botteghe, imbiancate dalla polvere finissima che l’alabastro gessoso produce quando è lavorato e scolpito con raspe, scuffini e ferri a sciabola, hanno un’origine antichissima. La loro struttura e organizzazione, nel corso dei secoli, è rimasta fondamentalmente immutata, mentre la produzione degli oggetti ha attraversato fasi diverse: dai manufatti di arte sacra, come tabernacoli ed acquasantiere ad oggetti più comuni come vasi, scatole, tabacchiere, cornici o posaceneri.

Fino agli anni Sessanta del secolo scorso la maggior parte delle botteghe si trovava nel centro storico. Successivamente avvenne una forte emigrazione verso le periferie, insediando grandi capannoni, laboratori decisamente più spaziosi e meno costosi negli affitti. Agglomerati industriali si svilupparono a San Quirico, a San Lazzero e a Santo Stefano, dove in quest’ultimo risiede anche Omero Cerone, maestro tornitore.

La figura dell’alabastraio

Ricordi e aneddoti di alcuni personaggi volterrani

Quella dell’alabastraio era una bottega che si riconosceva a distanza per la soffice incrostazione di polvere bianca sul muro esterno; la porta d’ingresso era mantenuta generalmente chiusa da un ritaglio di alabastro che scorreva appeso a due carrucole; la finestra invece stava costantemente aperta ed era facile affacciarsi da fuori per guardare dentro o per parlare con gli alabastrai che lavoravano. Uno scenario sempre più raro, al giorno d’oggi.

Di queste botteghe però ne sono rimaste poche da quando è arrivato il motore a fare anche più polvere. Oggi le cose sono un po’ cambiate per l’evoluzione dei tempi. Nuovi locali, più spaziosi, più moderni, più igienici sono stati creati alla periferia della città, ma poche sono le figure caratteristiche di vecchi alabastrai che sopravvivono.

Tuttavia il ricordo ancora fresco ce li rende ancora brillanti ed il raccontino che segue mette in evidenza il carattere e lo spirito dell’Alabastraio nei periodi d’oro.

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Un maestro alabastraio fuori dal centro storico

Se parliamo di alabastro, la prima associazione che nasce spontanea è quella con la città di Volterra, famosa soprattutto per i suoi artigiani, che sapientemente lavorano questa pietra dai colori più diversi. Qui le botteghe, imbiancate dalla polvere finissima che l’alabastro gessoso produce quando è lavorato e scolpito con raspe, scuffini e ferri a sciabola, hanno un’origine antichissima. La loro struttura e organizzazione, nel corso dei secoli, è rimasta fondamentalmente immutata, mentre la produzione degli oggetti ha attraversato fasi diverse: dai manufatti di arte sacra, come tabernacoli ed acquasantiere ad oggetti più comuni come vasi, scatole, tabacchiere, cornici o posaceneri.

Fino agli anni Sessanta del secolo scorso la maggior parte delle botteghe si trovava nel centro storico. Successivamente avvenne una forte emigrazione verso le periferie, insediando grandi capannoni, laboratori decisamente più spaziosi e meno costosi negli affitti. Agglomerati industriali si svilupparono a San Quirico, a San Lazzero e a Santo Stefano, dove in quest’ultimo risiede anche Omero Cerone, maestro tornitore.

La figura dell’alabastraio

Ricordi e aneddoti di alcuni personaggi volterrani

Quella dell’alabastraio era una bottega che si riconosceva a distanza per la soffice incrostazione di polvere bianca sul muro esterno; la porta d’ingresso era mantenuta generalmente chiusa da un ritaglio di alabastro che scorreva appeso a due carrucole; la finestra invece stava costantemente aperta ed era facile affacciarsi da fuori per guardare dentro o per parlare con gli alabastrai che lavoravano. Uno scenario sempre più raro, al giorno d’oggi.

Di queste botteghe però ne sono rimaste poche da quando è arrivato il motore a fare anche più polvere. Oggi le cose sono un po’ cambiate per l’evoluzione dei tempi. Nuovi locali, più spaziosi, più moderni, più igienici sono stati creati alla periferia della città, ma poche sono le figure caratteristiche di vecchi alabastrai che sopravvivono.

Tuttavia il ricordo ancora fresco ce li rende ancora brillanti ed il raccontino che segue mette in evidenza il carattere e lo spirito dell’Alabastraio nei periodi d’oro.

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Un maestro alabastraio fuori dal centro storico

Se parliamo di alabastro, la prima associazione che nasce spontanea è quella con la città di Volterra, famosa soprattutto per i suoi artigiani, che sapientemente lavorano questa pietra dai colori più diversi. Qui le botteghe, imbiancate dalla polvere finissima che l’alabastro gessoso produce quando è lavorato e scolpito con raspe, scuffini e ferri a sciabola, hanno un’origine antichissima. La loro struttura e organizzazione, nel corso dei secoli, è rimasta fondamentalmente immutata, mentre la produzione degli oggetti ha attraversato fasi diverse: dai manufatti di arte sacra, come tabernacoli ed acquasantiere ad oggetti più comuni come vasi, scatole, tabacchiere, cornici o posaceneri.

Fino agli anni Sessanta del secolo scorso la maggior parte delle botteghe si trovava nel centro storico. Successivamente avvenne una forte emigrazione verso le periferie, insediando grandi capannoni, laboratori decisamente più spaziosi e meno costosi negli affitti. Agglomerati industriali si svilupparono a San Quirico, a San Lazzero e a Santo Stefano, dove in quest’ultimo risiede anche Omero Cerone, maestro tornitore.

La figura dell’alabastraio

Ricordi e aneddoti di alcuni personaggi volterrani

Quella dell’alabastraio era una bottega che si riconosceva a distanza per la soffice incrostazione di polvere bianca sul muro esterno; la porta d’ingresso era mantenuta generalmente chiusa da un ritaglio di alabastro che scorreva appeso a due carrucole; la finestra invece stava costantemente aperta ed era facile affacciarsi da fuori per guardare dentro o per parlare con gli alabastrai che lavoravano. Uno scenario sempre più raro, al giorno d’oggi.

Di queste botteghe però ne sono rimaste poche da quando è arrivato il motore a fare anche più polvere. Oggi le cose sono un po’ cambiate per l’evoluzione dei tempi. Nuovi locali, più spaziosi, più moderni, più igienici sono stati creati alla periferia della città, ma poche sono le figure caratteristiche di vecchi alabastrai che sopravvivono.

Tuttavia il ricordo ancora fresco ce li rende ancora brillanti ed il raccontino che segue mette in evidenza il carattere e lo spirito dell’Alabastraio nei periodi d’oro.

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